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> I Giusti italiani, Villa Emma :isola di speranza
pegaso
messaggio 16 Jun 2002, 20:19
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I Giusti italiani
Nonantola, Villa Emma





I 40 bambini ebrei, che arrivarono il 17 giugno 1942 a Nonantola, erano in realtà diretti in Palestina, quando l'occupazione tedesca e italiana della Jugoslavia gli bloccò la strada nel 1941. Durante il viaggio per arrivare in Italia sostarono per un certo periodo nella parte del territorio sloveno annesso dall'Italia, prima di arrivare a Nonantola. Nell'aprile del 1943 vi si aggiunse un secondo gruppo di 33 bambini, che arrivavano da Spalato. Erano tutti orfani che avevano perso i genitori nei campi di concentramento e che erano stati portati oltre la frontiera tedesca dalla nota sionista Recha Freier con l'aiuto di alcuni contrabbandieri.
Nella Villa Emma i bambini e ragazzi, dell'età dai sei ai vent'anni, vivevono insieme ai loro accompagnatori e ai loro educatori, Josef Indig, Marco Schoky e il pianista Boris Jochverdson, in condizioni modeste, ma tutto sommato buone, cosicché poterono riprendere le lezioni ed essere istruiti al lavoro agricolo e a lavori artigiani per prepararsi all'immigrazione in Palestina e alla futura vita in un Kibbuz. La popolazione di Nonantola ebbe una grande simpatia per questi giovani rifuggiati, perché sapevano che avevano perso i genitori, e nonostante il divieto di uscire da soli e il controllo attento della Questura nacquero amicizie tra i giovani ebrei e gli abitanti di Nonantola.
Con l'occupazione tedesca dell'Italia dopo l'armistizio con gli Alleati l'8 settembre 1943 e l'arrivo delle truppe tedesche a Nonantola, la situazione cambiò radicalmente. In meno di 48 ore Villa Emma fu abbandonato e le ragazze e i ragazzi trovarono rifugio presso il seminario dell'Abbazia e nelle case dei contadini, degli artigiani e negozianti dei dintorni. Un grande coraggio in questa situazione fu dimostrato da Don Arrigo Beccari.
Visto che tutti avevano molta paura della razzia della polizia tedesca, venne organizzata la fuga attraverso la frontiera con la Svizzera, che avvenne tra il 28 settembre al 16 ottobre 1943.
Nell'oscurità i bambini guadarono il fiume Tresa. In Svizzera le associazioni sioniste li alloggiarono in un istituto a Bex nella valle del Rodano, da dove la maggiorparte di loro, dopo una fuga durata 5 anni, arrivò in Palestina nel maggio del 1945. Uno dei ragazzi, che si ammalò di tuberculosi e che fu ricoverato in un sanatorio, non riuscì a fuggire. Il suo nome si ritrova nell'elenco di un convoglio per Auschwitz.
Don Arrigo Beccari e il medico Giuseppe Moreali sono stati in seguito onorati nello Yad Vashem per l'aiuto coraggioso e generoso da loro prestato, ed è stato loro dedicato un albero nel Viale dei Giusti.

Il paese degli Uomini Giusti nascose ai nazisti 73 giovani ebrei

di Jenner Meletti

Lascia un attimo la corona del rosario e dice: "Pregherò più tardi, il tempo non mi manca, adesso". Una faccia larga e buona, gli occhi vivissimi. "I ragazzi ebrei? Certo che li ricordo. Erano piccoli, e tanti erano orfani. Non facciamo tante storie, aiutarli era un obbligo. Tutto qui".
Don Arrigo Beccari, 92 anni, dalla sua stanza nell'ex seminario guarda i tetti della cittadina. "E' vero. A Gerusalemme, nel 1965, su due alberi del viale degli Uomini Giusti hanno messo il mio nome e quello di Giuseppe Moreali, medico condotto. Mamma mia, avere un titolo grosso come "Uomo Giusto" è una bella responsabilità. Speriamo di meritarlo".

La storia del vecchio prete e del dottore è dentro la cartella che il professor Klaus Voigt, storico tedesco, ha portato ieri da Berlino, per consegnarla all'archivio del Comune. "Quasi vent'anni di ricerche, ma ora ho finito. Il libro uscirà fra due mesi in Germania, poi sarà tradotto e pubblicato anche in Italia. "Villa Emma: ragazzi ebrei in fuga. 1940-1945". Credo che in nessuna altra parte d'Europa sia avvenuta una cosa come questa: 73 ragazzi ebrei, e 18 accompagnatori, salvati da un intero paese. E la cosa più bella è che nessuno qui si è mai vantato di nulla. Erano ragazzi, dicono, poco più che bambini, e rischiavano di finire in campo di sterminio. Si poteva forse fare finta di nulla?".

Otto settembre del 1943. Agli usci delle case, in paese e in campagna, bussano ragazze e ragazzi. Dicono: "Sono di Villa Emma", e sembra una parola d'ordine. Le porte si aprono, si preparano i letti e si mette un piatto in più. Stanno arrivando i tedeschi, i ragazzi vanno nascosti. Tutti sanno, da quasi un anno, chi siano "quelli di Villa Emma". Anche i fascisti, che fanno finta di nulla. Sono ebrei in fuga già dall'ottobre del 1940.

Erano partiti da Berlino e da altre città tedesche, volevano arrivare in Palestina attraversando la Jugoslavia e la Turchia, assistiti dalla Delasem, l'organizzazione ebrea per l'assistenza agli emigranti. Si fermano a Zagabria, ospiti di famiglie ebree, che assicurano che "qui non ci saranno mai le cose brutte che avvengono in Germania e Austria". Ma il 10 aprile 1941 arrivano i nazisti, e i ragazzi ebrei debbono tornare verso il Nord. Per più di un anno si fermano nel castello di Lesno Brdo, in Slovenia meridionale, annessa dall'Italia. Si mangia polenta condita con i cardi trovati nei campi, e si organizza una scuola con tre classi, perché i ragazzi non possono perdere anni preziosi. Ma il castello è al centro degli scontri fra partigiani di Tito e soldati italiani, bisogna partire.

I ragazzi arrivano a Villa Emma il 17 luglio 1942. "E' l'unica autorizzazione all'ingresso di ebrei in Italia - dice il professore Klaus Voigt - rilasciata dal ministero durante la guerra".

Manca tutto, a Villa Emma, abbandonata da vent'anni. Don Arrigo Beccari, parroco e insegnante di lettere, porta le brandine del seminario. Il medico Giuseppe Moreali cura i ragazzi. Anche qui organizza la scuola. Una stanza diventa sinagoga, con i rotoli della Torah. Arrivano gli aiuti delle comunità israelitiche. Una vita quasi normale: si può fare il bagno nel Panaro, quando il sole picchia sulla pianura. I ragazzi lavorano anche in campagna, con il mezzadro Ernesto Leonardi. In cambio hanno le patate per l'inverno, e imparano il mestiere del contadino, nella speranza di arrivare nei kibbuz.

Otto settembre. Arrivano i tedeschi, ed i capi della comunità di Villa Emma sanno già cosa succederà. I più piccoli piangono ogni sera, perché hanno ricevuto una cartolina del padre o della madre che dice soltanto: "Sono partito". Non possono scrivere altro, per annunciare il viaggio verso il campo di sterminio.
In una notte Villa Emma si svuota. Trenta ragazzi e ragazze nel seminario, gli altri nelle case. "Ho tre figlie, tu sarai la quarta". "C'è posto nella stalla, con i miei figli". I tedeschi arrivano il 9 settembre. Forse anche loro sanno, ma non fanno rastrellamenti. Hanno paura della rivolta di un intero paese. Ma non si può resistere a lungo. Tutti su un treno, alla stazione di Nonantola, nel pomeriggio del 6 ottobre 1943. I documenti - preparati da un impiegato comunale che ha rubato le carte di identità in municipio - dicono che questi ragazzi sono collegiali, diretti verso Ponte Stresa.

"Per arrivare in Svizzera - dice il professor Klaus Voigt - i ragazzi e i loro accompagnatori dovettero guadare al buio il fiume Tresa. Venne formata una catena, in cui i più grandi e più forti si alternavano con i più piccoli, perchè la corrente non li portasse via". Tutti salvi, meno un ragazzo malato ricoverato in un sanatorio a Pavullo, e portato ad Auschwitz.
Tutti salvi, meno Goffredo Pacifici, bidello di Villa Emma, arrestato e deportato una settimana dopo mentre portava in Svizzera altri ebrei.

http://www.comune.nonantola.mo.it/

http://www.romacivica.net/anpiroma/deporta...ionegiustih.htm

Messaggio modificato da pegaso il 28 Oct 2004, 20:57


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pegaso
messaggio 16 Jun 2002, 20:23
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La mostra è aperta al pubblico dal venerdì alla domenica e tutti i giorni festivi dalle ore 9 alle 12 e dalle 14 alle 18. Sono previste visite guidate per le quali ci si può prenotare telefonando all'Ufficio Pubbliche Relazioni del Comune di Nonantola (059/896625).


E una straordinaria storia di ordinario coraggio quella che ci è consegnata dalla vicenda di Villa Emma, la costruzione patrizia sita nel comune di Nonantola in provincia di Modena. E come tanti fatti accaduti negli anni bui della guerra, sarebbe rimasto consegnato alla memoria dei soli protagonisti di allora se l'intera comunità locale non avesse scelto altrimenti. Infatti le autorità municipali, con il concorso della Regione Emilia Romagna e il Goethe Institut Inter Nationes di Milano, dopo tre anni di lavori coordinati dallo storico Klaus Voigt e il coinvolgimento della cittadinanza, sono riuscite a realizzare un progetto bello ed ambizioso. Infatti la mostra fotografica "I ragazzi ebrei di Villa Emma a Nonantola 1942-1943" - inaugurata nell'ottobre di quest'anno e destinata a rimanere ospitata fino all'8 dicembre presso i locali del Chiostro dell'Abbazia del comune modenese - è destinata a seguire un percorso tra le città d'Italia e d'Europa. Ma di cosa raccontano queste fotografie? Sono 120 fotogrammi sulla salvezza di giovani e giovanissimi uomini e donne grazie ad altri uomini e donne. Nulla di più semplice, nulla di più complicato. Poiché i primi erano degli estranei, degli stranieri rispetto ai secondi che però non esitarono un attimo nell'adoperarsi per la loro tutela. E questo grazie all'intervento della Delasem, l'ente ebraico che in condizioni inimmaginabili si adoperò per salvare quanti più ebrei potevano essere sottratti dalle grinfie del nazifascismo europeo. Diecimila anime gliene devono la vita. Claudio Vercelli

http://www.shalom.it/11.01/Q.html#up


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I loro nomi compaiono sul Muro dell'Onore, nel Giardino dei Giusti della fondazione Yad Vashem, a Gerusalemme. Non verranno dimenticati, perché questi "gentili", ovvero non-ebrei, mettendo a repentaglio la propria vita e la libertà, si adoperarono per salvare singoli ebrei, o famiglie o talvolta intere comunità. Dal 1963 una speciale commissione israeliana assegna il riconoscimento di "Giusto tra le Nazioni". In tutto il mondo lo hanno ricevuto finora 17.433 persone. Il Paese con il più alto numero di Giusti è la Polonia (5.373), ma alla Danimarca è stato attribuito il titolo di Nazione Giusta, perché i suoi cittadini si prodigarono in massa per proteggere gli ebrei. Ecco l'elenco dei Giusti italiani, fornitoci da Yad Vashem.

Adami Ulisse & Ade
Alessandrini don Armando
Ambrostolo Emilio & Virginia
Amendola prof. Maria
Amerio Padre Pasquale
Annoni Fosco e la sorella Tina
Antolini Umberto & genitori
Antonioli don Francesco
Arnaldi dr. Rinaldo
Avenia Giacomo
Avondet Michel & Leontina
Badetti Virginie
Barbieri Ostilio & Amelia
Bassi Giacomo
Basso Frisini Lida
Bastianon Alessandro
Beccari don Arrigo
Bellio Gino & Elsa Poianella
Benedetti Emilia
Bettin Regine & Giovanna
Bezzan Emmo & Brunilda & Lavinia
Billour Amato & Letizia
Bisogni Renato & Giovanna
Boldetti Luciana
Bonaiti Giuseppe & Luigia
Bortolameotti monsignor Guido
Braccagni don Alfredo
Bracci Umberto, Lina Marchetti
Brandone Luigia, Armellino,& Domenico
Brizi Luigi e il figlio Trento
Brugnoli Luigi & Cavalca
Brunacci don Aldo
Brusasca Giuseppe
Burian prof. Anita
Busnelli, suor Sandra & Ester
Bussa don Eugenio
Cabrusa Emilia & Giorgio
Caglio Virgilio & Amalia
Caligiuri Clelia
Campolmi Gennaro
Candini Pio & Gina
Canelli Luca
Canova Alfonso
Cappello Giovanni & Luigia
Cardini Gino
Cardini Lodovico & Lydia
Carlotto don Michele
Caronia Giuseppe
Carugno Osman
Casini don Letto
Casini dr. Enzo & Maria Pia
Cassinelli Garibaldi Maria & Ciro
Castelli Filippo & Gina Frangini
Castracane Roberto
Cataneo Lydia
Cei Maria Maddalena
Cerioli Angelo, e la figlia Dina
Cicutti Lajos, e i figli Luigi & Jozsef
Citterich Mario & Lina
Coduri Elvezio & Olive Cosgrove
Comba Alfredo & Maria
Conci Ines & Aurelio
Costantini Cesare & Letizia
Costanzi Giuseppe & Elena
Crippa-Leoni prof. Lina
Cunial Fausto
Cupertino, Daniele & Teresa
Custo Emanuele & Rosetta
Daelli Alessandro
Dalla Torre don Angelo
Dalla Valle Antonio
Darmon-Valeri Pina
De Angelis Enrico
& Giuseppina Di Carlo
De Beni Benedetto
De Fiore Angelo
De Franc Benvenuto
& Carlotta Guerino
De Micheli-Tommasi dr. Ada & Mario
De Zotti don Giuseppe
Di Gori Piero & Albina
Di Grassi Sem & Maria

Dressino padre Antonio

Drigo Giuditta
Anna Bolledi (suor Emerenzia)
Facibeni Giulio
Fagiolo monsignorVincenzo
Maria Corsetti (suor Ferdinanda)
Ferrari Anna & Giovanni
Ferrari suor Maria Angelica
Focherini Odoardo
Folcia, suor Marta
Fraccon Torquato
Frangini Amalia
Furlan Elvira
Galvani Guelfo
Garbini Antonio
Garofano Francesco & Elsa
Gatti Arturo
Gentili Mario
Ghelli Vittorio & moglie
Giorgetti Ezio
Giovannozzi Giorgio & Luisa
Giovannucci Teresa & Pietro
Girotti padre Giuseppe
Gradassi don Giulio
Iezzi Emidio & Milietta
Isotton Ferdinando & Evangelina
Jemolo prof. Carlo Arturo
Lai Lelio & Lina Vannini
Lazzarini dr. Giacinto
Lefevre Nilde & Amedeo
Lenti Ida
Lestini Pietro, e la figlia Giuliana
Maccia Guglielmo & Amelia
Magna Battista
Malan Silvia
Mancini Gustavo
Mani Antonio & Bartolomea
Mazza Giuseppe & Maria
Mecacci don Vivaldo
Meinardi Giuseppe
Melani Alfredo
Moraldo Francesco
Moreali dr. Giuseppe
Musso Renato & Enrica
Natoni Ferdinando
Niccaci padre Rufino
Nicolini monsignor Giuseppe Placido
Oberto Luigi & Maria
Ollari Ernesto
Pace Angelo & Filomena
Palatucci dr. Giovanni
Palazzini cardinale Pietro
Pancani Leonida
Pannini Elvira
Paoli Artur
Pasin Ferdinando
Perez Luigi & Sandra
Perlasca Giorgio
Perrone Lorenzo
Pesante dr. Giovanni & Angelica
Piana Ercole & Gina
Pigliapoco Attilio & Lidia
Pretti Giuseppina & Felice
Pugi Luigi
Raspino padre Francesco
Ravera Carlo & Maria
Repetto don Francesco
Riccardi Pellegrino
Richeldi don Benedetto
Richetto Carmelo & Angiola
Ricotti padre Cipriano
Rizzolio Beatrice
Roda-Boggio Clotilde
Rosadini monsignor Luigi
Rotta Angelo
Sacchi Vando & Ebe
Sacchi Ricardo & Ebe
Sala Anna
Sala Dante
Salvi don Carlo
Santerini Mario & Lina
Supino Giuseppe
Saracco Michelina
Schivo monsignor Beniamino
Sergiani Enrico & Luigina Manzaroli
Sgatti Alessandro, Irina e Luce
Sibona Enrico
Signori Gino
Simeoni don Giovanni
Soffici Dante & Giulia
Soffici Oreste & Mariana
Spada Lorenzo
Spingi Vito

Tagliabue Luigi & Angela

Talamonti Adelino e il figlio Fides
Talamonti Camillo e Fernando
Fernanda
Tambini Aurelio, Aurelia,Vincenzo e Rosita
Tantalo don Gaetano
Tiburzio dr. Giuseppe
Tredici Vettorio
Turrini Adele
Vaiani Caterina
Vannini Caterina
Vespignani suor Benedetta
Viale Raimonde
Vinay Tullio
Vincenti don Federico
Virgili Daria , Virgilio, Mercedes Gianna
Wiel Alessandro & Luisa
Zanardi Luciano
Zanchi Margherita
Zara Adele

http://www.diario.it/cnt/memoria/giusti.htm


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Esistono trentasei uomini sulla terra sui quali l'occhio di Dio si posa quando medita di porre fine al mondo. Il sangue e l'odio crescono, e il vecchissimo Dio ne è molto stanco: forse è stato un errore creare gli uomini, forse l'orrore umano non verrà tollerato più a lungo. Sono solo in pochissimi, fra i creati, a vivere secondo la pietà e la legge; sono questi pochissimi - la tradizione chassidica ne fissa il numero in trentasei - a chiedere compassione per tutto il mondo. Ignorati da tutti, senza potere, oscuri, i Trentasei si accollano tutti gli odii e le ingiustizie di tutti, senza chiedere nulla, trattenendo col proprio esistere l'apocalisse già pronta nella mente del dio. Quando ne muore uno, un altro - affinché il numero sia sempre pieno - si avanza a prendere silenziosamente il suo posto. E così il mondo, nonostante tutto, sopravvive ai suoi delitti (www.clarence .it)


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pegaso
messaggio 28 Oct 2004, 20:53
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Memoria

Il legame della memoria

di

David Sorani



Ci sono cerimonie e cerimonie. Alcune ripropongono con fredda formalità e vuota altisonante retorica modelli stereotipati, conformandosi a un linguaggio obbligato e rituale sintomo di scarsa o nulla partecipazione. Altre nascono come celebrazione spontanea, come momento di riflessione e commozione collettiva capace di comunicare con semplicità e immediatezza un sentimento condiviso, di riportare al presente attimi di angoscia, istanti drammatici o esaltanti di vita. La mattinata trascorsa il 2 settembre alla sinagoga di Cuneo rientra senz’altro nella seconda specie. Il motivo dell’incontro era la consegna a Don Francesco Brondello della medaglia di "Giusto fra le Nazioni", assegnata dallo Yad Vashem a coloro che a rischio della propria vita aiutarono e salvarono ebrei durante la Shoah. Ma il momento solenne e toccante del riconoscimento è stato preceduto da uno straordinario percorso della memoria, che ha riportato i presenti alla realtà tragica, precaria delle valli intorno a Borgo San Dalmazzo nel settembre-novembre 1943.

L’iscrizione di Don Brondello tra i Giusti è stata voluta e ricercata dalle due sorelle Ghitta e Chaya Kantorowicz, che all’aiuto del sacerdote devono la loro salvezza. Con l’assistenza di Alberto Cavaglion esse hanno raccolto documenti a testimonianza della loro vicenda, presentandoli poi all’Istituto di Gerusalemme con la proposta di conferimento.

Questa, in breve, la storia di Ghitta e di Chaya. Polacche, perdono presto il padre deportato a Sachsenhausen. Fuggono con la madre, transitando in Germania, in Olanda, in Belgio, in Francia. Qui trovano rifugio nella zona meridionale occupata dall’Italia fascista, che in questo frangente non collabora con l’alleato nazista nella caccia all’ebreo. Sono tra gli ebrei di St. Martin Vésubie (la cui storia ci è nota dal bel libro di Alberto Cavaglion Nella notte straniera), e come molti di quel folto gruppo proveniente da varie regioni d’Europa, dopo l’8 settembre si accodano ai soldati italiani che a piedi tornano in Italia attraverso le Alpi Marittime (Colle delle Finestre - Colle Ciriegia) per sfuggire all’occupazione tedesca. Come molti loro compagni, trovano rifugio presso una famiglia di generosi contadini, dalle parti di Valdieri. È qui, nascoste in una stalla, che le tre donne sono raggiunte dal ventitreenne Don Francesco, deciso a fare il possibile per aiutare tutti i rifugiati della zona. Il giovane prete dona loro vestiti, vettovaglie e soprattutto riesce a dotarli di preziosi documenti falsi. Nel cuore di una tragedia che vede più di quattrocento ebrei provenienti dalla Francia arrestati dai nazisti, detenuti nell’ex-caserma degli Alpini di Borgo San Dalmazzo e poi deportati alla volta di Drancy e di Auschwitz, Ghitta Chaya e la loro mamma – come altre centinaia di rifugiati nelle loro condizioni – si salvano, riuscendo ad emigrare negli Stati Uniti. Qui le due ragazze si sposano, dando origine a una numerosa e unitissima famiglia.

Bene, la cosa forse più significativa della cerimonia del 2 settembre era la presenza di circa trenta familiari delle due sorelle: tre generazioni (loro due, i figli con i rispettivi coniugi, i nipoti) sono giunte appositamente dall’America per riunirsi qui, nel tempio di Cuneo, ad ascoltare da Ghitta, da Chaya, dallo stesso Don Brondello il racconto di quei giorni angosciosi e memorabili. E da quelle parole è emerso con la forza viva della testimonianza l’impasto di tensione, di paura e di speranza che aleggiava allora nelle valli. In particolare, la narrazione vivace e particolareggiata dell’oggi ottantatreenne Don Brondello ha restituito ai presenti la naturalezza spontanea e quasi sottintesa con cui allora molti, civili e religiosi, si davano daffare per porgere un aiuto ai profughi che rischiavano la vita; una mobilitazione popolare immediata e dotata di scarse risorse, talvolta drammaticamente incerta sulla via da seguire, espressa con pregnanza dalla domanda co’fuma? che tanti allora si ponevano, presi in quel groviglio inestricabile di occupanti spietati, di fuggiaschi braccati, di popolazioni oppresse e decimate, di paesi bruciati (l’incendio di Boves è del 19 settembre 1943). Eppure era possibile fare qualcosa. Don Brondello, per esempio, senza porsi troppi problemi si prese l’incarico di recapitare personalmente in Francia più di settanta lettere che gli ebrei arrivati in Italia attraverso il Colle Ciriegia e il Colle delle Finestre mandavano ai loro familiari costretti a rimanere al di là delle Alpi. Inforcata la bicicletta, giunse alle pendici del Ciriegia per poi inerpicarsi a piedi alla volta di St.Martin Vésubie: un percorso che altre volte e con minor emergenza il sacerdote aveva compiuto in quei mesi, portando con sé sacchi di riso da scambiare con scorte di sale.

Dopo la fase avvincente e partecipata del racconto, la cerimonia – che si era aperta con gli interventi di Enzo Cavaglion (amico di Brondello da quei giorni e delegato della sezione cuneese della Comunità Ebraica di Torino) e del Sindaco di Cuneo – si è conclusa in modo forse ancora più toccante con il momento della celebrazione. Non si è trattato però della vuota e ricorrente ritualità di cui dicevo all’inizio, ma di una vera e propria catena di generazioni. Non solo Ghitta e Chaya hanno pubblicamente ringraziato Don Francesco e con lui l’intera comunità montanara che le ha protette e salvate insieme a tanti altri, ma l’intero gruppo di figli e nipoti – tutti e trenta i discendenti e familiari americani delle due donne – è salito sulla tevah a pronunciare una benedizione che voleva esprimere gratitudine a Dio e insieme senso di appartenenza, consapevolezza della memoria, saldezza e unità delle proprie radici.

Quasi a prosecuzione ideale di questa giornata, il 5 settembre si è svolta la ormai annuale camminata della memoria in ricordo dei fatti del settembre-novembre 1943, manifestazione organizzata con ammirevole impegno e consapevolezza dal saluzzese Sandro Capellaro. Quest’anno l’incontro tra francesi e italiani provenienti dai due versanti è avvenuto sul Colle Ciriegia, dove chi scrive ha letto alcune sue riflessioni legate alla vicenda degli ebrei di St.Martin Vésubie, che qui a fianco proponiamo ai nostri lettori.

David Sorani


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[I]Memoria

Quando bisogna agire

di

Antonella Filippi



Le storie di Don Brondello

e delle Sorelle Giordanahttp:

//www.hakeillah.com/4_04_21.htm



In questi giorni il sito dell’ANED www.deportati.it, che rinnova periodicamente i suoi materiali di informazione, studio e ricerca, ha inserito una scheda sul campo di transito di Borgo San Dalmazzo aggiornata alle ricerche più recenti. Partendo dalla scheda si può accedere a due documenti di storia orale che si riallacciano, oltre che alla storia della "notte straniera" dei fuggiaschi di St.-Martin-Vésubie, al recente riconoscimento di "Giusto tra le Nazioni" conferito all’allora viceparroco di Valdieri, don Francesco Brondello.

Uno dei due documenti è infatti un’intervista allo stesso don Brondello, che rievoca gli eventi di quasi sessant’anni prima (l’intervista risale al 2001) con vivacità e spontaneità, sottolineate da una trascrizione fedele che conserva il tono "parlato" e il percorso non sempre sequenziale della memoria più immediata. Don Brondello, nel ricordare quei mesi dopo l’armistizio, mette la stessa energia del giovane sacerdote del 1943 e la sua testimonianza ruota intorno all’inevitabile necessità (per lui e per altri) di stare vicino a chi in quel momento aveva bisogno: coordina gli aiuti, mette a repentaglio la sua vita, ha la quotidiana consapevolezza che la morte è per lui vicinissima; ma non si ferma, cerca i casolari dove nascondere gli ebrei a piccoli gruppi, porta cibo, scappa per i sentieri di montagna, mette in salvo un gruppo di giovani scappati dal campo-caserma di Borgo, è arrestato e picchiato a sangue ma non parla e non tradisce.

Certamente la storia dei "preti giusti" ha avuto più risonanza dei gesti spontanei e quotidiani della popolazione delle valli, popolazione che ha saputo costruire una piccola ma tenace rete di protezione in condizioni di assoluta generosità e gratuità. È questa la vicenda raccontata dall’altro documento, un’intervista alle sorelle Giordana, di Andonno (già ricordate da Alberto Cavaglion nel suo volume). Un racconto che era piaciuto molto a Natalia Tedeschi: aveva forse letto in quella vicenda la sua tragica personale storia, ribaltata nella salvezza di altri scampati ad Auschwitz; ma purtroppo la malattia improvvisa fermò il suo progetto di recarsi ad Andonno per ringraziare di persona le signore Giordana.

Anna e Marianna Giordana nel ’43 erano due ragazzine: nei boschi sopra casa incontrano un’intera famiglia ebrea braccata, a cui qualcuno aveva già rubato tutto. Ancora oggi raccontano, con la semplicità dell’evidenza, che "bisognava" far qualcosa. Tutta la famiglia, dai nonni ai genitori, si impegna a soccorrere, a nascondere, a salvare sette persone, tra cui una bambina – che le sorelle hanno incontrata per prima, nel bosco –, privandosi del cibo, dando loro rifugio e calore.

Fino all’atto eroico e straordinario del padre che di notte porta sul suo carretto, nascosti sotto la paglia, i componenti della famiglia Sharon fino a Roccavione dove, con la complicità dei ferrovieri, salgono clandestinamente su un treno verso il sud, verso la salvezza.

Le sorelle Giordana sono sopraffatte dall’emozione ancora oggi mentre ricordano: non c’è nessun eroismo nelle loro parole ma il dolore di una sofferenza condivisa con persone che venivano da lontano, di cui non conoscevano nulla, nemmeno la lingua. Anna e Marianna Giordana sono tornate nel silenzio della loro semplice vita di montagna; negli anni ’80 la famiglia Sharon, dal Canada, ha ricordato con riconoscenza chi li ha salvati.

Le due testimonianze raccolte sono molto diverse tra loro per il carattere dei personaggi e per il ruolo che essi hanno avuto nelle vicende. Ma in entrambe le situazioni si evidenzia la drammaticità e l’urgenza del momento in cui non si poteva riflettere e pensare, ma solo agire d’istinto e decidere in una manciata di secondi se salvare quella gente sconosciuta rischiando la propria vita o se alzare le spalle e continuare a pensare alla propria pelle. Sia le sorelle Giordana sia Don Brondello ricordano quelle ore, quei giorni così: bisognava far qualcosa, bisognava agire e il resto non importava.

Antonella Filippi


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polifilo
messaggio 28 Oct 2004, 21:52
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the saint
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CITAZIONE(pegaso @ 16 Jun 2002, 20:47)


Esistono trentasei uomini sulla terra sui quali l'occhio di Dio si posa quando medita di porre fine al mondo. Il sangue e l'odio crescono, e il vecchissimo Dio ne è molto stanco: forse è stato un errore creare gli uomini, forse l'orrore umano non verrà tollerato più a lungo. Sono solo in pochissimi, fra i creati, a vivere secondo la pietà e la legge; sono questi pochissimi - la tradizione chassidica ne fissa il numero in trentasei - a chiedere compassione per tutto il mondo. Ignorati da tutti, senza potere, oscuri, i Trentasei si accollano tutti gli odii e le ingiustizie di tutti, senza chiedere nulla, trattenendo col proprio esistere l'apocalisse già pronta nella mente del dio. Quando ne muore uno, un altro - affinché il numero sia sempre pieno - si avanza a prendere silenziosamente il suo posto. E così il mondo, nonostante tutto, sopravvive ai suoi delitti (www.clarence .it)

http://www.informazionecorretta.com/showPa...ate=Libri&id=71


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tempus loquendi tempus tacendi
Chi ha coraggio di ridere, è padrone del mondo (leopardi)
quanto si stava meglio quando piazza della signoria era piazza del granduca
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Trovo importante Pegaso cio' che hai fatto per riunire alcune testimonianze sui "giusti" italiani nel periodo dell'occupazione tedesca. Io ricordo quel periodo e l'aiuto ricevuto dai rappresentanti del clero e civili, ed a loro debbo la mia vita.
A questo proposito vorrei menzionare un libro che pochi conoscono, scritto da un soldato dell'ultima guerra mondiale, l'ebreo americano Alexander Ramati: "The Assisi underground".
Nel libro si descrive lo sforzo eroico organizzato nelle chiese e conventi di Assisi per salvare gruppi di ebrei profughi da diversi paesi europei.
Fra l'altro e' menzionato il lavoro di un tipografo che non esito' a trascorrere notti intere durante il coprifuoco a fabbricare documenti falsi,mettendo in pericolo se stesso e la sua famiglia.
Dopo letto il libro sono stata ad Assisi, e trovata la tipografia situata sulla strada principale, ho parlato con il figlio che lui pure partecipo' al lavoro del padre.
Ho incontrato una persona modesta che non era conscia del proprio eroismo, e non sapeva della lista dei giusti a Gerusalemme. Ritornata in Israele mi sono messa in contatto con il "Yad ve shem" affinche' anche questi "Giusti" vengano ricordati degnamente.
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Versione Lo-Fi Oggi è il: 3 September 2010 - 13:43
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