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L’ITALIANITÀ DELLA FATICA, DELLA DUREZZA, DELLA FISICITÀ, CIOÈ RINO GATTUSO “PENSO CALABRESE. IL TERRONE VERO HA UNA CLASSE CHE GLI ALTRI SE LA SOGNANO” ‘SE UNO NASCE QUADRATO NON MUORE TONDO’ - AUTOBIOGRAFIA DELL’ANTI BECKHAM
Antonio D’Orrico per Corriere-Magazine
Tra calabresi doc, e quindi attaccati alle loro tradizioni, quando ci si incontra per la prima volta ci si dà del Vussuria (cioè del «voi», come fanno d’altronde francesi e inglesi), e si parla rigorosamente in dialetto strettissimo. Così è accaduto tra Rino (detto Ringhio) Gattuso, campione del mondo e del Milan, nato a Schiavonea, provincia di Cosenza, 29 anni fa, fresco autore di una autobiografia dal titolo Se uno nasce quadrato non muore tondo, e chi scrive, nato invece a Cosenza («Cosenza Cosenza?», si è sincerato Gattuso). La prima cosa che ho detto a Gattuso è che nel suo libro ho particolarmente apprezzato, e non solo perché sono un po’ parte in causa, il suo orgoglio di terrone e gli ho citato un brano molto chiaro a questo proposito: «Per me la parola “terrone” non si riferisce a un fattore geografico, è un luogo dell’anima. Per scherzare, spesso Pirlo (Andrea, centrocampista, inseparabile compagno di reparto di Gattuso nel Milan e nella Nazionale, ndr) mi chiama terrone, dice che noi terroni siamo stressanti». Segue, sempre nell’autobiografia (che esce da Rizzoli), una bella definizione di terronità: «Essere terroni significa avere delle radici molto solide, vuol dire amare e portare avanti le tradizioni, non rinnegare mai la propria cultura e la propria identità, dare al proprio figlio maschio il nome del nonno, avere un rispetto sacro per la famiglia e per gli amici».
L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI «VUSSURIA» A questo punto, sempre in calabrese strettissimo, che è stata la lingua ufficiale dell’intervista, ho chiesto all’autore ulteriori delucidazioni sulla terronità o terronitudine. «DI solito si dice terrone di uno per dire che non ha classe. Che errore! Il terrone vero ha una classe che il non terrone se la sogna. Il terrone è quello che si rivolge a un altro chiamandolo Vussuria, che è un segno di eleganza inarrivabile. A me manca Vussuria e tutto ciò che comporta l’uso di questa formula». Cioè un modo quasi anglosassone di relazionarsi con gli altri, un rispetto per la forma da fare un baffo anche al più navigato diplomatico? «Una roba così. Quando sento mia sorella, che ha 24 anni, rivolgersi a papà dicendo: Ma chi bù (ma che vuoi?), mi scoccia un po’».
Lei ha il mito di suo padre. «Mio padre, Francesco, faceva il falegname ma era un calciatore nell’anima. Giocava centravanti, in quarta divisione, ma era un Ringhio pure lui, non mollava mai. Una volta fece 14 gol in una partita sola e la squadra avversaria era la Morrone di Cosenza, ve la ricordate?». Sì che me la ricordo, povera Morrone. E poi suo padre lasciò lo Schiavonea, la squadra del paese dei Gattuso, e andò a giocare con il Corigliano, paese a sette chilometri di distanza, che è come passare dal Milan all’Inter, dalla Lazio alla Roma. «Quella storia ancora si racconta dalle mie parti. Mio nonno, Gennarino (come me, ovviamente), padre di mio padre, il giorno del derby Schiavonea-Corigliano si posizionò dietro la porta e per tutta la partita urlò a suo figlio: “Carne venduta”. E chiese ripetutamente all’arbitro (“Signor camicia nera”), di sbatterla fuori dal campo quella carne venduta».
Lei scrive che suo padre le ha insegnato a vivere e che se dire una cosa del genere «non suona intelligente o simpatico o fico, pazienza, io la penso così». Cosa vuol dire precisamente? «Voglio dire che non so quanti ragazzi oggi dicono ai genitori: papà ti voglio bene, mamma ti voglio bene. Io per mio padre ho una venerazione. Se posso farlo contento in tutto e per tutto... Anche a mamma, per carità, ma diciamo che il debole è per papà».
Alla famiglia Gattuso non mancava niente, anche se non si potevano dire ricchi, poi un bel giorno al figlio Rino, che gioca al pallone col Perugia a rimborso spese, la squadra scozzese dei Rangers offre 500 milioni di lire, una cifra spaventosa. «E io, al telefono da Perugia, dissi a papà che non volevo andare e lui mi disse: Vignu là cura machina e tu fazzu arricurdari pe tutt’a vita (traduzione: vengo lì in macchina e te lo faccio ricordare per tutta la vita). Allora io dissi: papà, sto scherzando, iamu (traduzione: andiamo, a Glasgow)».
I primi tempi in Scozia furono duri, tremila chilometri lontano dalle spiagge di Schiavonea. Così li ricorda Gattuso nell’autobiografia: «L’unico contatto che avevo con l’Italia era RaiUno: ricordo ancora le notti passate a guardare la televisione, mi beccavo sempre Sottovoce condotto da Gigi Marzullo. Figuratevi un po’ come stavo messo. Ma per fortuna che c’era Marzullo: ancora oggi mi capita di farmi una domanda e di darmi una risposta».
COSA SI DICONO DAVVERO I GIOCATORI IN CAMPO Essere calabresi è una forma mentale. Nel libro Gattuso lo spiega benissimo: «Io penso anche in calabrese, è più veloce, è più comodo... Anche sul campo, quando bisogna prendere una decisione in una frazione di secondo, il mio cervello comincia a produrre idee in calabrese. E se mi capita di imprecare dopo una palla sbagliata, per un fallo di un avversario, o contro un arbitro, lo faccio in calabrese. Chissà quanti morti che t’è muort, morti ’e mammete o vai a fare in du culu ho tirato durante la mia carriera... Io gioco ancora in calabrese, proprio come facevo vent’anni fa. Giocare in calabrese significa sudarsi la pagnotta, combattere, non tirarsi mai indietro, non mollare mai, metterci la stessa rabbia su ogni pallone, anche quelli che sembrano persi o impossibili. È vero che a Perugia, Glasgow, Salerno e Milano (le città delle squadre per cui Gattuso ha giocato, ndr) ho imparato molto. Ma il mio spirito guerriero deriva dalla mia terra d’origine. Guardate i calciatori calabresi che militano in serie A: Juliano, Fiore, Pippo Pancaro, Perrotta, Iaquinta e io. Siamo tutti combattenti, gente che non si scorda da dove arriva, e che è orgogliosa delle proprie radici. L’appartenenza allo stesso ceppo si è fatta sentire anche nelle occasioni in cui ci siamo trovati in Nazionale insieme. Tra noi calabresi si parla sempre in dialetto, è la nostra lingua, è una cosa spontanea».
IL PIÙ BUONO? MARCO MATERAZZI Ho un debole per il calciatore Stefano Fiore, lo considero un grande ed esterno questa mia convinzione a Gattuso. «Stefano è un giocatore di classe. Ve lo ricordate agli Europei del 2000? Anche suo padre era un giocatore e molto bravo pure lui. Forse si dovrebbe scrivere una storia del calcio cosentino».
Ah, in materia sono preparatissimo. Vediamo Vussuria se lo è: se vi faccio il nome di Teobaldo Del Morgine cosa mi dite? «Ah, il mister Del Morgine, figlio a sua volta di mister, giocava con papà, gran tiro su punizione». Esame superato brillantemente. In vista di una futura storia del calcio calabrese, Gattuso ha già preparato un dizionarietto trilingue (inglese, italiano, calabrese) di termini calcistici. Ne fornisce qualche esempio nel suo libro. Tackle, contrasto in italiano, in calabrese si traduce: Acciungal (letteralmente: azzoppalo, ovverosia procuragli una qualche mutilazione). Gattuso ha un’idea forte del calcio e, infatti, suo grande amico (si considerano gemelli) è Marco Materazzi.
Cominciarono assieme a Perugia. Gattuso non aveva ancora la patente perché non aveva 18 anni e guadagnava pochissimo. Materazzi invece aveva già un contratto da calciatore professionista. Così nel libro Gattuso ricorda quegli anni: «Per fortuna c’era Marco-cuore-grande: lui è stato la mia chioccia, ogni tanto mi sganciava pure qualche banconota da centomila lire per aiutarmi, e mi portava in giro per Perugia con la sua macchina».
Mario Sconcerti ha spiegato meglio di tutti il senso dei Mondiali vinti dall’Italia l’estate scorsa. Ha detto che sono stati i Mondiali di Materazzi, di Grosso, di Cannavaro, di Gattuso e non tanto quelli di Totti e Toni. Ha vinto cioè l’italianità della fatica, della durezza se è necessario, della fisicità e non tanto quella della tecnica, dello stile o della genialità calcistica. Il simbolo di quell’Italia concreta, laboriosa, cioè Rino Gattuso, è diventato il principe dei testimonial italiani, un’icona glamour. Dolce&Gabbana lo hanno fotografato in mutande (le loro) dentro uno spogliatoio («A mia moglie quella non è piaciuta»).
Vodaphone lo ha scelto come protagonista del fortunatissimo tormentone «Life is... now» assieme a Francesco Totti. E, ancora, la Gillette, la Coca Cola, la Nike... Ma, Gattuso, sa di possedere un vero talento di attore come dimostrano le sue esibizioni negli spot? «Non so se c’è questo talento in me. Devono giudicarlo gli altri. Però sicuramente preferisco stare nel mondo in cui sono sempre stato, nel mondo del calcio. Poi certo è normale che quando grandi aziende, e devo dire che ho avuto la fortuna in questo periodo di lavorare con grandissime aziende, ti propongono delle robe che l’immagine te la fanno crescere, come fai a dire di no? Al di là dei soldi, perché uno sicuramente lo fa anche per i soldi, queste aziende sono incredibili per quello che riescono a fare della tua immagine». Ma la sua immagine negli spot è quella reale? «Sì, sono me stesso, sono spontaneo e mi diverto anche».
Nel libro lei ricorda di aver fatto un gol all’Inghilterra di David Beckham, il calciatore glamorous per antonomasia. Molti pensano che lei sia diventato l’Anti-Beckham, è così? «Se vogliamo intendere che io nella mia vita non mi sono mai spalmato una cremina sulla faccia, ci può stare. Nel senso che non ho mai cercato un look particolare, che il mio aspetto lo curo poco, che la barba me la taglio tre volte la settimana con il rasoio elettrico invece di aggiustarmela ogni giorno».
UN GIOCATORE HA SEMPRE FAME Nel libro lei racconta quanto patisce l’attesa delle grandi gare: non dorme, va continuamente in bagno, salta in aria come un indemoniato se appena qualcuno la sfiora. «È terribile l’attesa delle grandi sfide. Preghi Dio: ti giuro, fammi passare questa e poi non ti chiedo più nulla. Ma la volta seguente chiedi ancora di vincere. Ti brucia quando perdi, non ho visto nessuno che ci sta a perdere». Lei rivela anche come metabolizza le sconfitte: da solo, in cucina, preparandosi un panino e prendendolo a morsi come se fosse l’avversario che lo ha battuto. «Mi pare giusto fare così. Perché devi infelicitare anche gli altri? Prima di adottare il metodo del panino-da-solo-in-cucina, ho fatto le peggiori litigate con mia moglie».
Nel libro (che è una vera autobiografia, non il classico libro finto da calciatore) lei parla di cibo, di mangiare in maniera quasi ossessivamente. «Perché vengo da una famiglia molto robusta e tendo a ingrassare, da sempre. Se bevo un bicchiere di vino in più ci vogliono chilometri di corsa per smaltirlo. Da quando gioco a calcio seriamente, e sono tanti anni ormai, mi alzo da tavola che ho sempre fame. Mi peso tutti i giorni e se sono ingrassato di un chilo mi toccano due giorni di passato di verdure. Passato di verdure».
Gattuso invidia i suoi compagni, gli eletti «che mangiano come animali e non aumentano di un grammo», tipo Pirlo e Gourcuff. Non riesce proprio a capire, poi, quelli che sono disinteressati all’argomento cibo: «Prendete Pippo Inzaghi: da trent’anni mangia sempre le stesse cose, pasta in bianco e bresaola, soltanto a vederlo mi viene la febbre a quaranta. Lui è uno che controlla scrupolosamente tutto ciò che ingurgita, è più schematico di un ragioniere».
Lui, Gattuso, sogna il tiramisù di sua moglie (che viene da una famiglia di ristoratori e conosce il mestiere): «Ho scoperto solo da poco tempo che l’ingrediente magico che usa sono i Kinder Bueno, li sbriciola e li mette nell’impasto: una goduria». Per restare negli 82 chili del suo peso forma (è alto un metro e 76), Ringhio deve rinunciare alla panina (come si chiama in Calabria), quel semplice e divino sandwich di cui fornisce la ricetta: «prendere quei nostri panini tipici, condirli con pomorini secchi (calabresi ovviamente), un po’ di cipolla e qualche fetta di prosciutto crudo o cotto: a ogni morso si raggiunge l’estasi». Come dire? Life is... now. Cioè in cosentino: ’A vita è... mò.
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Senza memoria del passato storico e personale, non c'è futuro. Luigi Pintor
« Che cosa vuoi, infine? Sono una parte di quella forza che desidera eternamente il male e compie eternamente il bene » Blue Velvet
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