Postato 30 maggio 2005 - 09:09
La Repubblica, 30 maggio 2005
UNIONE ANNO ZERO
ANDREA BONANNI
Diceva uno dei padri fondatori, Robert Schuman, che il volto futuro dell'Europa
non sarebbe stato tanto il frutto dei suoi svariati progetti quanto piuttosto
la risultante delle sue molte e inevitabili crisi. Non c'è dubbio che la
crisi aperta ieri dal voto francese che boccia il Trattato costituzionale
europeo sia una delle più gravi, se non la più grave, nei quasi cinquant'anni
di vita dell'Unione europea. Dove ci porterà? La risposta, di certo, non
la conosce nessuno. Non il presidente Chirac, che ha voluto il referendum,
sicuro di una vittoria, per asserire ancora una volta la centralità della
Francia e sua personale nel progetto europeo.
Non gli altri 24 governi dell'Unione, che solo sette mesi fa avevano tutti
trionfalmente firmato la nuova Costituzione nella sala del Campidoglio a
Roma con la certezza di aver voltato una pagina storica. Non, certamente,
i milioni di francesi che ieri hanno votato il loro "no" per ragioni speculari
e opposte, la più risibile delle quali è la convinzione che il loro rifiuto
avrebbe portato a una rinegoziazione del testo costituzionale. In queste
ore di smarrimento e di confusione una sola cosa è certa: il "no" della
Francia cambierà il volto futuro dell'Europa. Ma non può cancellarne la
realtà immanente: la totale interdipendenza economica dei Paesi che ne fanno
parte, l'esistenza di una moneta unica, la crescente identità culturale,
la necessità oggettiva che i governi hanno di concertare le loro politiche,
la penosa inadeguatezza dei piccoli stati-nazione a fronteggiare da soli
la competizione economica e politica mondiale e globalizzata.
Ma che strada troverà per esprimersi, in termini politici e istituzionali,
questa realtà con cui pure tutti, partigiani del "no" e del "sì", dovranno
fare i conti? Su questo punto, dopo lo storico responso delle urne francesi,
è necessario distinguere tra l'agenda di breve e di lungo termine. Sul breve
termine è possibile che i capi di governo mantengano il loro calendario
di ratifiche. In tal caso tra due giorni si esprimeranno gli olandesi, poi
lussemburghesi, portoghesi, britannici, cechi, polacchi. Se il "no" francese
non ingenererà, come sembra invece probabile, un effetto domino, e se le
altre ratifiche, o almeno una maggioranza di altre ratifiche, dovessero
andare in porto, è perfino possibile che la Francia, rimasta isolata con
qualche altro renitente, possa essere chiamata a pronunciarsi di nuovo.
Ma questa ipotesi, visto l'alto tasso di partecipazione al voto e visto
che altre influenti bocciature sono annunciate, appare fin da ora assai
poco credibile.
È ragionevole pensare che, dopo il voto di ieri, il progetto di Costituzione
elaborato da Giscard e dalla Convenzione non vedrà mai la luce. Nel frattempo
resteranno in vigore i vecchi trattati e le vecchie norme, che potranno
bene o male assicurare una navigazione a vista e lo svolgimento dell'ordinaria
amministrazione europea. Ma sui tempi lunghi è evidente che l'ordinaria
amministrazione non può bastare, e che la bocciatura della Costituzione
da parte di un Paese centrale come la Francia innescherà tensioni difficilmente
gestibili in un contesto istituzionalmente indebolito. E allora occorre
vedere quali possono essere gli sviluppi a più lungo termine che verranno
innescati dal voto francese, partendo dal suo significato. Se c'è un fallimento
europeo che esso sanziona è il (nobile) tentativo, che Giscard, Amato e
la Convenzione avevano portato fino all'estremo, di conciliare in un unico
assetto istituzionale due visioni dell'Europa divergenti e contraddittorie.
Da una parte c'è la visione anglosassone di una Unione intesa come libero
mercato e come sub-sistema regionale dell'Occidente con l'obiettivo precipuo
di sostenere la crescita di sistemi politici democratici e di sistemi economici
liberisti. Questa Europa anglo-americana, cara anche a molti Paesi dell'Est
e in sintonia con una certa visione berlusconiana, non si pone evidentemente
problemi identitari, né si dà limiti geografici potendo arrivare fino nel
cuore dell'ex Unione Sovietica e fino alle sponde del Medio Oriente. Dall'altra
parte c'è una visione, tipicamente francese, dell'Europa come forte realtà
geopolitica, con un alto grado di coesione sociale e identitaria, con la
capacità di tutelare i suoi cittadini se non dalla realtà almeno dai fantasmi
delle proprie paure e con l'ambizione di agire come grande potenza sulla
scena mondiale sottraendosi alla tutela americana. È, questa, un'Europa-nazione
che si pone confini precisi, forse addirittura più ristretti di quelli attuali,
e che intende difenderli con tutti i mezzi di cui dispone uno stato democratico.
Il limite del progetto costituzionale che ieri è stato affossato dalle urne
francesi è quello di aver voluto tirare la coperta corta del progetto europeo
cercando di comprendere entrambe le visioni, ma senza in realtà soddisfare
né l'una né l'altra. E la riprova sta nel fatto che i cittadini britannici
si apprestano a dire no alla Costituzione per motivi speculari e opposti
a quelli che hanno determinato la bocciatura francese. Se quel tentativo
ha fallito, e si trattava certamente del miglior compromesso possibile,
la soluzione non può essere quella di negoziare una nuova Costituzione che
abbracci le due filosofie. Occorrerà invece prendere atto che l'Europa è
ormai cresciuta troppo per concedersi il lusso di non decidere che cosa
farà da grande. E toccherà a ogni Paese decidere a quale dei due progetti
intende scegliere.
«Quando la Francia ha il raffreddore, è tutta l'Europa che starnuta», scriveva
il principe di Metternich. Duecento anni dopo, questa massima è più vera
che mai. Ora che il raffreddore francese è divenuto palese, tocca agli europei
starnutire facendo una scelta troppo a lungo rimandata. Se è ancora presto
per capire quale forma prenderà la nascita di questa nuova Europa, e se
sarà compatibile con la più larga Unione economica di stampo anglosassone,
si può stare certi che essa non tarderà a manifestarsi. E i prossimi voti
di ratifica, per quanto forse inutili, saranno una chiamata in appello per
capire chi ne vorrà far parte. In questo senso il "no" francese segna
probabilmente
la fine di un vecchio progetto, ma anche l'inizio di un progetto nuovo tutto
da costruire.
Corriere della Sera, 30 maggio 2005
NON ALZARE BANDIERA BIANCA
di SERGIO ROMANO
La gravità di una crisi si misura in ultima analisi dalla reazione di coloro
che ne sono colpiti. Quella che è scoppiata ieri in Europa dopo il deciso
no francese alla costituzione dell'Unione è certamente grave, ma non è la
sola che il processo d'integrazione ha dovuto affrontare nel corso della
sua storia. Vi sono stati altri momenti drammatici: il voto contro la ratifica
della Comunità europea di Difesa al Parlamento francese nell'agosto del
1954, la «sedia vuota» della Francia al Consiglio della comunità dal luglio
all'ottobre del 1965, il no della Danimarca al trattato di Maastricht nel
giugno del 1992, il no dell'Irlanda al trattato di Nizza nel giugno del
2001. In ciascuno di questi casi l'Europa ha evitato il collasso o la
secessione,
ha ricucito lo strappo, ha trovato soluzioni intelligenti e inventato nuovi
percorsi. Il primo problema da affrontare oggi (un problema da cui dipende
per molti aspetti l'evoluzione della crisi) è la continuazione del processo
di ratifica nei Paesi in cui non si è ancora votato. Il caso è previsto
in una dichiarazione allegata alla Costituzione: se al termine di un periodo
di due anni a decorrere dalla firma del trattato, i quattro quinti degli
Stati (quindi 20 su 25) hanno ratificato e «uno o più Stati membri hanno
incontrato difficoltà nelle procedure di ratifica», la questione passa al
Consiglio europeo. Qualcuno sostiene che il no della Francia rende questo
percorso inutile e persino dannoso. L'esempio di Parigi potrebbe contagiare
un gran numero di Paesi e rendere la crisi irreversibile. Il governo britannico,
in particolare, sarebbe lieto di rinunciare al proprio referendum e di sottrarsi
così a una prova difficile.
Ma in un saggio pubblicato dall'Istituto affari internazionali due studiosi,
Gian Luigi Tosato ed Ettore Greco, sostengono con buoni argomenti che
l'interruzione
sarebbe ingiustificata e ricordano che il no della Danimarca e dell'Irlanda
non bloccò la ratifica dei trattati di Maastricht e Nizza. Credo che abbiano
ragione. I Paesi che hanno già ratificato sono nove e comprendono, tra gli
altri, due Stati fondatori: Italia e Germania. Se noi chiudessimo la partita
oggi commetteremmo almeno quattro errori. Daremmo alla Francia, implicitamente,
un diritto di veto. Daremmo uno schiaffo alla Danimarca e all'Irlanda.
Svaluteremmo
il voto di coloro che hanno già ratificato. E regaleremmo alla Gran Bretagna
(un Paese da sempre «bifronte», mezzo europeo, mezzo atlantico) il diritto
di sottrarsi impunemente all'ora della verità. Se continueremo il processo
di ratifica, invece, raggiungeremo almeno due risultati: avremo una radiografia
completa dell'Europa e, soprattutto, obbligheremmo la Francia, nel frattempo,
a valutare responsabilmente il peso delle proprie decisioni. Il no francese
è un pot pourri di sentimenti, pregiudizi e valutazioni contraddittorie.
Spetta al governo francese, dopo tutto, decidere quali siano le critiche
di cui intende tener conto e quali quelle che considera irricevibili. A
noi, nel frattempo, spetta tenere viva la prospettiva della costituzione
senza fasciarci la testa prima di averla rotta.