Spazioforum: La nuova e profonda crisi dell'Unione europea - Spazioforum

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La nuova e profonda crisi dell'Unione europea
Per una analisi seria e corretta
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#1 L   Erasmus 

  • Forum *Unione Europea*
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Postato 20 giugno 2005 - 12:32

A T T E N Z I O N E !

Questo thread è dedicato al dibattito sulla crisi in atto dell'Unione Europea
.

E' dal 1996 che il MFE, purtroppo e suo malgrado Cassandra inascoltata– avverte che, senza un sostanziale e radicale salto di qualità nell'approccio alla riforma delle istituzioni, l'UE rischia, soprattutto con l'allargamento, di liquefarsi in una mera area di libero scambio

Se così avverrà, la stesso concetto riduttivo di area di libero scambio potrà andare in crisi.
Il nazionalismo che impedisce (anche in materia squisitamente economica) il progresso dell'integrazione politica –causa prima del disfacimento dell'UE e della sua riduzione ad "area di libero scambio"– una volta incoraggiato da tanto successo, non si fermerà.
Su cosa si dovrebbe basare la presunzione degli attuali europei di essere più furbi ed intelligenti dei loro nonni che furono portati dai loro patriottici leader a massacrarsi a milioni e milioni?
Ahi, quanto sapore di profezia da Cassandra ha ora anche la frase di J. Monnet in alto a destra della testata di questo forum!
« Nulla dura senza le istituzioni ».
All'UE mancano istituzioni adeguate alla bisogna: e senza di esse il boom della CEE/UE è durato anche troppo!

La diagnosi della malattia dell'UE è anche troppo facile: nella sua classe politica è assolutamente carente la volontà di ricercare ciò che è di interesse e di utilità comune. Al di là della immensa fiumana di retorica e di gattopardesco europeismo, la vera molla che aziona il comportamento dei nostri leader è la visione angusta dei propri campicelli elettorali, camuffati ufficialmente per "interessi nazionali". A tutti questi leader occorrerebbe perentoriamente ricordare il clou del "Manifesto di Ventotene":
« La linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, (e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità), e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l'unità internazionale »

Come è possibile, caro Galli della Loggia, sostenere che la portata del "Manifesto di Ventotene" –scritto nel 1941– è circoscritta alla particolare situazione del suo tempo? Com'è possbile, caro Galli della Loggia, sostenere che il "federalusmo" del "Manifesto di Ventotene" si riduce ad un "proto-socialismo" (con intrinseca spinta in direzione della "dittatura del proletariato") che cerca a livello europeo quella affermazione che non è capace di avere a livello nazionale? Libero di preferire il piombo all'argento: ma non immune dal giudizio di ignorante arroganza chi volesse persuadermi che argento e piombo sono in fondo lo stesso metallo!

Scusami, Galli della Loggia: Non solo saresti classificato da Spinelli tra i reazionari, ma senza ombra di dubbio considerato un pallone gonfiato, tanto arrogante quanto colpevolmente ignorante!
[Vedere a proposito i messaggio di "Robinson, Inviato il: 7 Oct 2004, 19:30, il Foglio, 7.10.04" nel thread =>Dimenticare "Ventotene"?]

Siamo ciechi davanti ai rigurgiti nazionalisti e micro-nazionalisti che pervadono la stessa UE? Siamo ciechi davanti al "solidificarsi della lava incandescente delle passioni popolari nel vecchio stampo" e davanti al fatto che sotto i nostri occhi "risorgano le vecchie assurdità"?
[Un esempio purtroppo eloquente ce l'ha offerto ieri la manifestazione di Pontida!]

"Reazionari" – loro malgrado, (se sinceri, se in buona fede)– tutti quelli che credono di poter affrontare e risolvere le questioni nel quadro nazionale o sub-nazionale: siano essi di "destra" o presumano d'essere di "sinistra" (sbandierando senza tregua il loro "NO all'Europa delle multinazionali e dei banchieri"). Reazionari perché mettono i bastoni tra le ruote a qualsiasi tentativo di superare ciò che essi denunciano con enfasi (e con iperbole ingiustificate).
"Progressisti" –ma dove stanno? Ne è rimasto almeno qualcuno tra i VIP politici che hanno ora il coltello dalla parte del manico?– quelli che ravvisano come "compito centrale" della loro azione politica
"la creazione di un solido stato internazionale,
che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e,
anche conquistato il potere nazionale,
lo adopereranno
in primissima linea
come strumento per realizzare l'unità internazionale
"

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Apro. dunque, io il dibattito con il ribadire –come fatto qui sopra– le posizioni dei federalisti e riportando, di seguito, due emblematici documenti (federalisti :( ):
1. La dichiarazione" del MFE (nella persona del suo presidente, Guido Montani) a seguito del fallimento del Consiglio Europeo del 16-17 giugno u.s.
2. L'articolo sulla "Unione Smarrita" di T. Padoa-Schioppa (dal "Corriere della Sera" di dom. 19.06.05)

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1.

LA DEMOCRAZIA EUROPEA E’ IN PERICOLO
IL PARLAMENTO EUROPEO NON DIVENTI L’AVENTINO DELL’EUROPA


Il fallimento del Consiglio europeo di Bruxelles non rappresenta solo l’ennesima conferma che il governo dell’Unione europea non può essere affidato a 25 capi di governo, intenzionati a difendere con le unghie e coi denti meschini interessi corporativi. L’esito negativo dei referendum in Francia e in Olanda ha offerto al governo inglese l’insperata occasione di concretizzare la tradizionale linea di politica estera inglese che, dalla Sig.ra Thatcher sino a Blair, si propone di trasformare l’Unione europea in un’area di libero scambio. Oggi, grazie agli errori dell’asse franco-tedesco, il progetto dei padri fondatori di un’Europa federale è sul punto di essere definitivamente affossato.

In Italia e in Francia, i partiti del populismo etnico e del protezionismo hanno lanciato una campagna contro l’euro, per il ritorno alle monete nazionali. In Gran Bretagna, alcuni influenti organi di stampa propongono che il Parlamento europeo venga trasformato in un rifugio per immigrati.

Sarebbe un grave errore sottovalutare l’attacco alle istituzioni federali dell’Unione. Il governo inglese è intenzionato a sfruttare la rivolta dei cittadini (contro una classe politica incapace di indicare un futuro all’Europa) per rafforzare la sua posizione di portavoce del governo di Washington nel vecchio continente. Se l’Unione europea non si darà un governo federale, a governare l’Europa saranno il mercato e le grandi potenze mondiali.

I federalisti chiedono a tutte le forze favorevoli ad un’Europa unita, democratica e indipendente di unirsi per contrastare questo disegno reazionario. In particolare, i deputati al Parlamento europeo non possono più ignorare le proprie responsabilità. Essi sono i legittimi rappresentanti dei cittadini europei. La crisi del processo costituzionale europeo ha consentito ai vecchi e nuovi nazionalisti di ritornare in campo con arroganza. Si dedichi subito una seduta straordinaria del Parlamento europeo al rilancio del processo costituente. Senza una Costituzione federale l’Europa a 25 si disgrega.

Il Parlamento europeo non diventi l’Aventino dell’Europa!

Guido Montani
Presidente del MFE
Milano, 19 giugno 2005

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2.


Corriere della Sera, 19 giugno 2005

COME RITROVARE L'UNIONE SMARRITA
di TOMMASO PADOA-SCHIOPPA

Sulle due questioni più controverse - Costituzione e bilancio futuro - la riunione europea di Bruxelles si è chiusa senza risultati. I critici e gli ostili sono ringalluzziti: per essi la crisi conferma che inquadrare lo Stato nazionale in un'unione che lo superi e lo completi è vano e indesiderabile. Informarsi, distinguere, capire sono le premesse di una partecipazione consapevole alle vicende del mondo. E ascoltare più voci aiuta. Perciò offro al lettore un'interpretazione diversa, grato a chi dissente se vorrà contrargomentare. Ritengo sia in crisi non l' idea dell'unione ma il suo modo . Costituzione e bilancio futuro sono questioni centralissime della politica. Appartengono soprattutto agli Stati, che della politica hanno acquisito e cercano di difendere il monopolio. In enti come il Fondo monetario internazionale (Fmi) o in alleanze militari come la Nato non vi sono zuffe sulla Costituzione, e blande sono quelle sulle risorse.

Dunque, un punto di fatto: l'Unione europea si occupa dei problemi classici di una formazione statuale, con litigiosità e vizi propri della politica.

Se ne occupa perché essa è già una formazione di tipo statuale: incompleta, imperfetta, ma reale. In oltre mezzo secolo essa ha emanato leggi, chiamato i cittadini al voto, riformato ordinamenti giuridici ed economici, cancellato frontiere, istituito la propria moneta.

Lo Stato contemporaneo, però, è fondato sul concetto di nazione. Come un tempo intorno al re, così oggi intorno alla nazione lo Stato ha organizzato interessi, risorse, apparati amministrativi, partiti. La nazione fattasi Stato si è rivelata un'idea infiammante, un surrogato della passione religiosa. Dopo due guerre atroci, chiedere ai cittadini di morire a milioni per la patria è forse impossibile; ma per sostenere il potere largamente illusorio di chi governa lo Stato l'idea di nazione funziona ancora.

Nell'elogio che se ne fa, lo Stato nazionale è riproposto come aggregazione umana perfetta e intangibile; assicurerebbe democrazia, omogeneità di cultura, solidarietà sociale, sicurezza interna ed esterna, potenza nel mondo. L'elogio, si noti, viene soprattutto da Stati che si fondarono in tutt'altro modo: non sul concetto di nazione o sull'autodeterminazione dei popoli, bensì con matrimoni combinati, conquiste militari e feroci repressioni.

Quell'elogio è, purtroppo, un misero inganno: l'ha svelato la tragedia europea del secolo scorso; lo svelano ogni giorno l'impotenza e l'assenza dei Paesi europei, ormai troppo piccoli per i problemi che il mondo pone.

Da inganno, assenza, impotenza si cerca di uscire con l'Unione. Non certo un super Stato che sostituisca quelli nazionali; piuttosto un'unione che abbia capacità di decidere e mezzi per agire nelle poche materie in cui lo Stato nazionale è impotente o troppo minaccioso. Come stupirsi che il tentativo di fondare un'unione politica con gli strumenti del diritto e della democrazia sia faticoso, pieno di contraddizioni, pervaso di ambiguità e ipocrisie, impregnato di vuota retorica, disseminato di passi falsi e occasioni mancate?

Non può essere la difficoltà del cammino a qualificare un'idea come immeritevole di essere perseguita. È sul valore di quell'idea che occorre pronunciarsi, sulla possibilità di realizzarla, sul modo di attuarla. La possibilità è dimostrata dal molto già realizzato. Il modo è opinabile, ora giusto, ora errato. Ma la questione iniziale, quella che in un momento di incertezza profonda non si può assolutamente eludere, è il valore dell'idea, dell'obiettivo, la sua qualità intrinseca. Di là si deve partire per capire la crisi e uscirne.
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#2 L   Erasmus 

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Postato 20 giugno 2005 - 20:23

Proseguo con un articolo di amare e anche sarcastiche considerazioni sul basso profilo dei leader politici attualmente al top in UE.

Da “EUROPAQUOTIDIANO.it” di oggi, lun. 20.06.05
=> Oggi non c’è De Gaulle, purtroppo"

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Oggi non c’è De Gaulle, purtroppo
di FRANCESCO GUI

Chi in questi giorni ha citato il generale De Gaulle, ha avuto ragione da vendere. Nel 1969, fallito un importante referendum, il presidente diede le dimissioni e si ritirò per sempre a Colombay. Da quel momento in poi tirò un’aria nuova, sia in Francia che in Europa. Al vertice europeo dell’Aja, nel dicembre dello stesso anno, ripartiva il convoglio comunitario, con l’obiettivo di trasformarsi in un’Unione, poi realizzata seppur in ritardo.
Al Consiglio europeo di ieri e di oggi non c’è nessun presidente francese dimissionario. E si vede. E si sente.
Sui capi di stato e di governo dei 25 aleggiano miasmi di cose stantie che non vanno né su né giù. Una crisi devastante come quella del trattato-costituzione viene affrontata a colpi di inacidite rivalse sul bilancio comunitario, in cui i puntigli e il senso dell’onore ruotano attorno al mantenimento di impegni finanziari a pro di un’agricoltura assistita, o sui “giusti ritorni” agguantati a suo tempo dalla Iron Lady. Con Jacques Chirac presente al tavolo nella solida fissità di un manichino dagli occhi spenti.
Nel quadro desolato, ha buon gioco il governo Blair nel farsi avanti come il buon samaritano, da sempre dubbioso della sincerità europeistica dei propri partner, per additare una via d’uscita ragionevole ed efficientistica alle miserie in cui i colleghi si sono cacciati con le mani loro. Tutti suggerimenti di tanto buon senso da dare una rispettabilità persino al premier italiano Berlusconi, ben lieto di mettersi sulla scia del liberal-democratico Tony. Nonché occidentale a tutta prova.
Purtroppo, però, all’Unione europea, erede delle Comunità, ricette del genere non bastano. Possono forse ridimensionare il distacco dalla partnership atlantica provocato dalla tentazione chiracchiana dell’Europa potenza.
Ma all’Unione non servono solo flessibilità, sussidiarietà, magari anche attenzione alle tematiche sociali.
All’Unione è necessario un efficiente governo della macchina, che un affollato Consiglio europeo, o assemblea di esponenti di stati-nazione digradanti dalla grande Germania alla metà dell’isola di Cipro, non sono in grado di assicurare. Un esempio: nei giorni scorsi, la Commissione europea è riuscita a rallentare l’offensiva commerciale della Cina. Bravo M. Mandelson a metterci una toppa.
Eppure che i mercati stessero per aprirsi all’onda gialla era cosa risaputa.
Non sarà per caso che il governo dell’Unione non aveva avuto abbastanza forza per gestire preventivamente un appuntamento così scomodo, nell’interesse generale? Probabilmente è così, e di taconi da mettere sui busi chissà quanti ce ne saranno.
Ciò di cui si avverte l’esigenza è una radicale assunzione di responsabilità, con uomini consunti da mettere rapidamente a riposo; con arrischiati scommettitori, a partire da Fabius, che ha votato “no” per avere più Europa, da far uscire subito allo scoperto; con progetti generali di rilancio della “Comunità-Federazione – Europa” da tirar fuori quanto prima dal cappello. Insomma, con più governo.
Un compito essenziale è affidato oggi al parlamento dell’Unione, che ha ragion d’essere soltanto in quanto europeo. Paolo Barbi ha fatto bene, su queste colonne, a notare come gli europarlamentari abbiano già dato segni di reazione.
Adesso l’opinione pubblica e i cittadini che li hanno votati hanno il dovere di sostenerli. L’aria che tira è parecchio di stanca, ma una svolta è necessaria. Nel proprio, brutale interesse.  
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#3 L   marianna 

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Postato 20 giugno 2005 - 22:10

Particolarmente centrato quest'articolo della Spinelli.

I gioiosi disfattisti

di Barbara Spinelli


Sono davvero molto numerosi e particolarmente interessati coloro che in questo momento tripudiano, per le tribolazioni che l'Unione europea attraversa. È una gioiosa macchina da guerra che si è messa in moto soprattutto in America e Inghilterra, in concomitanza col referendum francese sulla costituzione europea, e adesso che il vertice a Bruxelles è fallito il tripudio è ancor più grande e quasi tracima in Schadenfreude, in piacere per come l'uomo accanto a me vacilla e cade. Blair che non ha voluto rinunciare all'esorbitante anacronistico assegno ricevuto ogni anno da Bruxelles, e che affossando il vertice ha mostrato di sprezzare la disponibilità a far sacrifici dei dieci nuovi Stati (tutti più poveri di Londra), non ha esitato a parlare di nuovo inizio nella storia dell'Unione, presentandosi addirittura come precursore di un'avventura europea più esaltante, più moderna e promettente.

Proprio lui che usa corteggiare gli europei orientali, e che spesso li ha usati per impedire l'unità continentale, oggi ignora il loro desiderio di superare la crisi, e li respinge.
Perfino la sua insistenza sulla riduzione delle spese agricole, anche se nasce da un'aspirazione giusta - evitare che i sussidi agricoli divorino il 40-45 per cento delle spese comuni, dedicare molte più energie a settori più vitali come ricerca e impiego -, ha finito con l'offendere l'Europa e le sue istituzioni: rompendo patti precedentemente stipulati, e disconoscendo accordi come quello, sottoscritto da tutti nel 2002, di non toccare le spese agricole fino al 2013.

Tony Blair si sente in queste ore nuovo leader-ispiratore dell'Europa, ma assomiglia poco ai personaggi che in passato furono leader e ispiratori. Schuman o De Gasperi o Kohl avevano l'animo non di divisori, ma di federatori. Interpretavano le crisi in senso etimologico, come momenti di passaggio alla scelta, alla decisione: non come declino che si assapora come si assapora una vendetta o perfino un malessere. Il presidente di turno lussemburghese, Juncker, ieri notte è stato amaro: aveva visto come i Paesi poveri dell'Est erano disposti a sacrificare parte degli aiuti pur di evitare il fiasco, e ha detto di «provar vergogna» per come la nave dell'Unione è stata affondata da pochi ricchi. Ma la vergogna è qualcosa che i tripudianti non conoscono, e questa loro spregiudicatezza morale va attentamente studiata, perché spiega quel che accade nell'Unione e dintorni.
Non c'è infatti spazio per la vergogna e neppure per quella speciale tristezza che si chiama timore della decadenza storica, nella macchina da guerra che sta esultando sulla scia dei referendum.

E ancora una volta non è verso l'Inghilterra che dobbiamo guardare per comprendere la formidabile potenza della macchina e neppure verso quella parte d'Italia che s'esercita nel presunto anticonformismo della critica antieuropea, ma verso l'oltre Atlantico, e più precisamente verso l'America nazionalista di Bush e dei centri di studio e d'influenza neoconservatori vicini all'amministrazione. È qui che il godimento si manifesta con tutta la sua forza: volitivo, guerresco, e con accenti di forte anche se simulata trasgressività. È qui e solo di riflesso in Italia che si parla con festante militanza di utopie giustamente punite, di dogmi europeisti finalmente smantellati, di immobilizzanti tabù infranti, di riscatto lungamente atteso del vecchio Stato-nazione.

Chi abbia voglia di conoscere vada a esplorare i siti Internet della rivista neoconservatrice Weekly Standard, dell'American Enterprise Institute, degli articolisti neocon sul Washington Post. Vedrà che non c'è senso del dramma, in quella parte d'America, ma d'una rivincita e soprattutto d'una prodigiosa opportunità. Forse l'Europa con la sua moneta non è più la potenza che pareva recentemente, forse il predominio mondiale Usa non ha più rivali, forse gli asiatici come Cina e Corea torneranno a comprar dollari e non saranno più attratti dall'euro (Irwin M. Stelzer, Delizie dopo il no, Weekly Standard), forse la Nato prevarrà sull'Unione (Gerard Baker, Weekly Standard), forse è finita nella polvere quella sfida fastidiosissima che l'Unione lanciava e lancia a chi inforca gli occhiali del vecchio Stato-nazione per interpretare le cose del mondo: memento cita mors venit - era il monito che veniva dall'Europa - Ricordati: viene la morte veloce! Gli incoronati degli Stati-nazione hanno deciso di scommettere sulla sconfitta del modello statuale inventato nel vecchio continente (una confederazione di Stati che abbandonano parte delle sovranità e la trasferiscono a poteri federali) e per questo parlano quasi all'unisono, nelle ultime ore, di Europa a pezzi, di Europa finita, di tabù infranto.

Il vero paralizzante tabù è in realtà il loro (la sovranità nazionale assoluta, incapace di far fronte da sola ai mali del mondo), ma almeno per ora l'impaurente pericolo sembra passato, e le intemperie europee consentono d'imbrogliare le carte: ecco dunque che è l'Europa, a esser descritta come tabù rigido, anacronistico, non-pratico. Celebrando i suoi funerali, la giubilante macchina neoconservatrice si lancia in un'operazione furba oltre che bellica: a forza di dichiarar morta l'Europa, magari la desiderante profezia s'invererà.

Non è detto che il suo calcolo sia vincente: non solo l'Europa esiste ancora, ma in gran parte è già federale e dunque già costituzionalizzata (l'80 per cento delle leggi economiche si fanno a Bruxelles; il diritto comunitario premia su quello nazionale). Ma l'imbroglio vien tentato, e il metodo somiglia molto ai modi di Bush d'esportare le democrazie dall'esterno. Quel che conta è puntare sulle piazze che s'ergono contro qualsiasi status quo, e contro le correzioni di rotta gestite gradualmente da forze endogene. Verso l'Europa, questo significa puntare esplicitamente sulla crisi della democrazia parlamentare classica. Di qui l'apologia dei referendum, nei commenti neoconservatori, e l'esaltazione del Paese reale che si ribella contro il Paese legale, come nel nazionalismo antiparlamentare francese dei primi '900. Irving Kristol sul Weekly Standard parla addirittura di una battaglia europea di liberazione, elogiando il no francese, e lo paragona ai movimenti neodemocratici in Libano e Medio Oriente. Gerard Baker su Weekly Standard consiglia di sostenere i Paesi «meno istericamente europeisti», concedendo loro con più facilità i visti.

Sotto accusa è una cricca, ovvero un establishment, che governerebbe con orribile burocrazia a Bruxelles. Liberati sarebbero gli Stati, brutalmente defraudati di sovranità dall'arroganza dell'utopia europeista. Poco importa se per far valere le proprie tesi si ricorre alla menzogna: se si dice che quest'Europa tecnocratica impedisce crescita e occupazione, e manovra contro riforme liberali. Non è vero, visto che il no francese rifiuta proprio flessibilità del lavoro e dell'economia. Ma la menzogna serve ed è sbandierata come verità.

Altri studiosi dicono che l'Europa è morta perché i popoli non hanno voluto il predominio di questo o quello Stato. Per lo storico Niall Ferguson (The New Republic) è il predominio tedesco che vien rifiutato: predominio che la Costituzione avrebbe sancito, fondando i voti a maggioranza sulla potenza demografica. Altri ancora dicono che è l'Europa imperiale e antidemocratica a crollare (Efraim Karsh, The New Republic). Un argomento, comunque, accomuna gli estasiati disfattisti. Lo Stato-nazione sembrava fuori moda, ed ecco che fa ritorno imbaldanzito. L'Europa stava diventando un'unione politica dopo esser stata per decenni solo economica, ed ecco che provvidenzialmente torna a essere mero mercato. Non ci saranno una politica estera né una difesa autonome, anche se i disfattisti tacciono l'enorme favore che tale obiettivo incontra nei popoli. La sfida che Europa lanciava a Washington sarebbe fallita.

In realtà non è fallita, sempre che i Paesi dell'Unione s'accorgano che la stasi è una trappola per loro, e una manna per chi vuol tenere l'Unione in stato d'inferiorità. La costituzione andrà forse in parte riscritta, ma resta un'esigenza per gli europei. Tanta parte della loro esistenza è ormai decisa a Bruxelles, e per quella parte è importante avere una comune carta costituzionale. E poi la costituzione è un mezzo per raggiungere il fine dell'unità politica. Il mezzo magari muterà, ma il fine resta anche per gran parte di chi ha votato no. Non è escluso che la questione stessa della Turchia aiuti. Tutti dicono che con la presunta morte dell'Europa e la xenofobia in rimonta l'ingresso di Ankara è per sempre bloccato. Non è necessariamente così, se l'Europa coglierà l'occasione per ripartire a due velocità. Una parte più piccola e ardita potrebbe unirsi strettamente, con istituzioni forti e confini chiarissimi. Una seconda parte, più gelosa delle sovranità nazionali, potrebbe collocarsi in un cerchio periferico pur essendo parte dell'Unione. In questa parte potrebbero stare gli Stati contrari all'Europa politica che vogliono solo un gran mercato: fra essi Gran Bretagna, forse Polonia e Repubblica Ceca, infine Turchia.

Tutto sta a non dare a Londra la leadership del rilancio dell'Europa politica, perché a esso Londra non è interessata. Molto dipenderà anche dall'Italia, che in passato ha sempre privilegiato - e non per dogma ma con una sapiente astuzia che ha accentuato il nostro peso internazionale - le soluzioni sovrannazionali. Dipenderà dai nuovi Paesi, traditi da Blair. Dalla Francia, che potrà uscire dalla paralisi accettando l'Europa più profondamente. E dalla Germania, che non ha più un leader federatore come Kohl ma in un'amministrazione democristiana potrebbe averne uno nuovo.

L'Europa è al bivio, certo. Ma non fra essere e non essere. Siamo ben oltre il dilemma esistenziale, anche se il declino è possibile in tutte le civiltà. Una gran parte del cammino è alle nostre spalle, e la crisi oggi nasce proprio perché questo cammino è già compiuto. Si tratta di continuare sulla via intrapresa, spiegandosi meglio coi popoli. Come diceva giustamente uno dei padri d'Europa, Jean Monnet, ci sono crisi in cui conviene giocare coi paradossi e raccomandare questo a se stessi: «Prima continuare, e soltanto dopo cominciare». Lo stesso Monnet diceva che l'ultima guerra era il «gran federatore» d'Europa. I federatori di oggi sono i tormenti esterni all'Unione, la mondializzazione, la sfida indiano-cinese. Il che significa che l'Europa non è affatto a pezzi e resta bisogno ineludibile: per i popoli, per gli individui e per gli Stati deboli che siamo diventati.

http://www.lastampa....VISTA/spinelli/


....rosso un fiore in petto ci è fiorito...

le donne, tra i signori di potere e di sottopotere, non sono che moneta spicciola (Michele Serra)
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#4 L   Erasmus 

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Postato 21 giugno 2005 - 02:23

marianna, su 20 Jun 2005, 23:10, detto:

Particolarmente centrato quest'articolo della Spinelli.

E' vero. E mi fa particolare piacere che a rilevarlo sia qualcuno come te, Marianna; (dalla tua "sponda", intendo dire :()
Tuttavia, mi pare meno lineare di quanto siamo abituati a leggere di questa "grande" del giornalismo.
Forse, anche lei, nel suo vasto documentarsi del gioioso trionfalismo dei disfattisti, non riesce a sottrarsi davvero allo sconforto, (alla "contrizione", direbbe Theléme), e di conseguenza a mantenere quella compassatezza indispensabile ad una stesura "lineare" e lucida.
Sono convinto che un giornalista che non sia solo un "pennivendolo" bensì una persona che in certo senso vorrebe essere apostolo di ciò in cui ha piena ragione di credere, non possa evitare in questi frangenti una cocente sensazione di malessere, quasi di ingiustizia: la vittoria dell'idiozia sulla ragione, la vittoria d'un inconscio masochismo sul sano equilibrio che unisce utilità ed etica. Etica intesa anche come patrimonio da consegnare ai nostri figli; e come solidarietà e disponibilità verso un mondo di meno fortunati. [Giacché, se il gaudio più nocivo è transatlantico, resta però il fatto che la sconfitta dell'Europa si è consumata tutta entro le mura domestiche].

marianna, su 20 Jun 2005, 23:10, detto:

«[...]
L'Europa è al bivio, certo. Ma non fra essere e non essere. Siamo ben oltre il dilemma esistenziale, anche se il declino è possibile in tutte le civiltà. Una gran parte del cammino è alle nostre spalle, e la crisi oggi nasce proprio perché questo cammino è già compiuto. Si tratta di continuare sulla via intrapresa, spiegandosi meglio coi popoli. Come diceva giustamente uno dei padri d'Europa, Jean Monnet, ci sono crisi in cui conviene giocare coi paradossi e raccomandare questo a se stessi: «Prima continuare, e soltanto dopo cominciare». Lo stesso Monnet diceva che l'ultima guerra era il «gran federatore» d'Europa. I federatori di oggi sono i tormenti esterni all'Unione, la mondializzazione, la sfida indiano-cinese. Il che significa che l'Europa non è affatto a pezzi e resta bisogno ineludibile: per i popoli, per gli individui e per gli Stati deboli che siamo diventati».
(Citazione da "I gioiosi disfattisti", di Barbara Spinelli)

Personalmente mi sento molto meno fiducioso di Barbara nel prospettare l'irreversibilità di quanto fin qua costruito!
Mi vengono in mente le parole con cui Altiero Spinelli ricordava in un suo scritto il nulla di fatto della "Assembea ad hoc" e la sconfitta della CED:
«Ai federalisti non restava che l'amara soddisfazione di aver fatto il loro dovere».
Indirettamente persino da questo forum potresti misurare con quale perseveranza e tenacia i federalisti europei abbiano voluto e stimolato il rilancio del processo di integrazione ed abbiano fedelmente "combattuto la buona battaglia".
Né va dimenticato che non sono che "dilettanti": volontari della politica del tutto estranei e disinteressati ai possibili utili ricavabili da essa, (a differenza di chi milita nei partiti e confida nella gratificazione d'una qualche carriera politica).

Ciao, Marianna.
Ciao a tutti.

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#5 L   Erasmus 

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Postato 27 giugno 2005 - 12:15

Il 1° e il 15 di ogni mese, il ”Fernand Braudel Center”, della Binghamton University (ISA) pubblica un ”commento” di politica –sempre molto interessante– scritto da Immanuel Wallerstein.

[Si può anche iscriversi ad una mailing list per ricevere ciascun “Commentary” appena esce]

Trascrivo qui il “Commentary No. 163” dal titolo ”L’ambiguo ‘No’ francese alla Costituzione europea”.
Fonte: => http://fbc.binghamton.edu/commentr.htm

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Immagine postata FERNAND BRAUDEL CENTER, Binghamton University

List of previous commentaries in English and translations in other languages

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Commentary No. 163, June 15, 2005

<span style='font-size:13pt;line-height:100%'>The Ambiguous French 'NO' to the European Constitution"


by Immanuel Wallerstein


On May 29, 2005, the French voted in a referendum not to ratify the proposed European constitution. Three days later, Dutch voters did the same. In both cases, the margin was solid. Since then, the world press has been filled with discussion about the future of Europe as a vision and as an institution. But the consequences of these votes is in fact extremely ambiguous.

Take the French vote. There were three groups which hailed the vote as a victory: the neo-cons in the United States, large segments of the French left (and particularly the alterglobalists), and rightwing Euroskeptics throughout Europe. In the U.S., William Kristol, editor of the leading journal of the neo-cons, the Weekly Standard, ended his editorial on "A New Europe?" with "Vive la France." The proponents of the "no" on the French left celebrated in the streets of Paris. And rightwing Euroskeptics were delighted at last to win a round in their efforts to derail Europe.

Could they all have been right? Let us see what they were celebrating. For the U.S. neo-cons, the French "no" (and the Dutch "no") were defeats for arrogant, anti-American European elites, and no doubt particularly for the current prime nemesis of the neo-cons, Jacques Chirac. "This is a moment of hope - for the prospects of a strong pro-American, pro-liberty, more or less free-market and free-trade, social and morally and reinvigorated Europe," said Kristol.

For French alterglobalists, the "no" vote represented quite the opposite - both a rebuff to Anglosaxon conservative values and a rejection of neoliberalism as a program, as incarnated in the proposed Constitution, and as represented by the members of the European Commission and the bureaucracy in Brussels (and represented for them as well by Chirac's government in France). And for the rightwing Euroskeptics, the vote represented a blow against this same Commission and this same Brussels bureaucracy, which stood in their eyes for imposing socialism on Europe. There was also a strong xenophobic element in the French "no" (and even more in the Dutch "no") - a rejection of the possible future admission of Turkey into the European Union, and an attack on the policies that had admitted so many Moslem immigrants into Europe.

Obviously, as in all referenda, the "no" vote put together very different groups with very different objectives. What seems to have provided the additional "no" votes to previous referenda in France were an increased percentage of Socialist and Green voters who were angry about the state of the economy and fearful of further "globalization" - a view they expressed by defeating the treaty. And what seems to have provided the additional "no" votes in the Netherlands is an upsurge of fears about Muslim immigrants in their country caused by recent very notable acts of violence.

Whatever the explanation of the votes, what are the consequences? The "no" votes mean the definitive end of the proposed Constitution, since it required unanimous ratification, and there is zero likelihood that France or the Netherlands will have a second vote to undo the first. This does not, of course, mean the end of institutional Europe. The EU is left with the structure it has. The problem is that the existing structure was considered by most people to be inadequate to the needs of an expanded Europe, and the Constitution was supposed to improve the situation by reducing the need for unanimity in a number of areas, and by creating two central posts (a president and a minister of foreign affairs) to increase political solidity. It may be some time before European governments try again to improve the present institutional structures.

Since one of the main problems that led both to the attempt to write a new Constitution and to the rejection of this very Constitution was the expansion of Europe from 15 to 25 members, further expansion may well be on hold. Bulgaria and Romania were scheduled to join the EU in 2007. The German Christian Democratic Union, presently expected to win the 2006 elections, has already announced that, once in power, they may veto or hold up these adhesions. The chances of Croatia, Macedonia, Ukraine, and of course Turkey to be allowed to join seem even thinner for the moment.

There are those who are quietly happy. One of them is Tony Blair. The French "no" has various positive consequences for him. It saves the United Kingdom from holding its own referendum in 2006 as promised, and therefore a probable public defeat for him. Blair can now contend that he was in favor of the defeated Constitution but that a British referendum is now irrelevant. Furthermore, Blair cannot be unhappy about the rebuff to Chirac (as well as to Schröder in the separate and earlier German regional elections). It is welcome relief from his difficulties at home because of his Iraq policy. Blair may now try to put himself forward now as the leader of Europe.

Kristol's editorial no doubt reflects the mood of the Bush regime. They have been trying for four years to throw a monkey-wrench into a stronger Europe. The rejection of the Constitution and the confusion that it is causing is the first good news they have had in two years on that front. In the long run, Europe will no doubt continue to pull away from U.S. domination but Bush at this point is more concerned with the short run, and in the short run the French "no" is definitely helpful to him.

As for the French alterglobalists, what have they gained? They have demonstrated an increased strength within the family of all those left of center in France. Indeed, the French Socialist party and the Green party are both in turmoil as a result of the vote. There may be important realignments and it is not at all sure that the French rainbow coalition of the left can reconstitute itself in a way that will enable it to win the 2007 presidential elections, especially if the center-right coalition manages to get its act together better than the center-left coalition.

Have the alterglobalists made a major impact on the struggle against neoliberalism in the world-economy? They were already doing well due to the rise of protectionist sentiment throughout the countries of the North (North America, western Europe, east Asia). The vote in France is a reflection of this. But will this vote accelerate the movement? That depends on two things. One is whether the alterglobalists can separate in the popular mind the fight against neoliberalism from the xenophobic, anti-Islamic sentiments that are overtaking much of Europe. And the second is the degree to which the position of the Bush regime continues to erode in the geopolitical arena, and it is therefore unable to capitalize on the setback to European political integration.

Many people in Europe are saying that now is the moment to "start over" in the whole exercise of European unity. The problem from the beginning has been that a more social Europe is not possible unless it is a more federal Europe. But significant segments of the European left (and not only the left in France) have always been afraid that a more federal Europe meant an undermining of the social achievements in their own country. Until the European left is ready to test its strength and fight its fight within a more federal European structure, it is going to go from confused referendum to confused refendum, find itself weakened internally in the struggle to maintain national social achievements, and find Europe unable to play the world geopolitical role vis-à-vis the United States that the European left wishes it to play.

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These commentaries, published twice monthly, are intended to be reflections on the contemporary world scene, as seen from the perspective not of the immediate headlines but of the long term.]


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#6 L   Erasmus 

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Postato 05 luglio 2005 - 00:43

Nei giorni 2 e 3 luglio u.s. si è riunito a Roma il "Comitato centrale" del MFE.
Tra l'altro, il 2 luglio ha approvato la mozione che trascrivo di seguito.


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Il Comitato Centrale del Movimento Federalista Europeo

considera

– l'esito negativo dei referendum sulla Costituzione europea in Francia e in Olanda e il fallimento del Consiglio europeo sul Bilancio comunitario sintomi di una crisi profonda del processo di unificazione europea, come dimostra il risveglio della forze nazionalistiche, populistiche ed antieuropee in molti paesi dell'Unione;

– il voto contro la Costituzione europea come causato principalmente dal fatto che la Costituzione è diventata lo strumento attraverso il quale si esprime una insoddisfazione più ampia e più profonda sulla situazione europea;

dissente

dal Primo Ministro Britannico Tony Blair quando osserva che, "la crisi non investe le istituzioni, ma la leadership politica", perché

– è in crisi l'Europa intergovernativa non l'Europa federale che non esiste ancora; la crisi della leadership intergovernativa franco-tedesca non giustifica l'assunzione di una leadership intergovernativa britannica sull'Europa; i cittadini europei non hanno mai chiesto, e non chiedono, di essere governati da un direttorio o da un paese guida;

– con la Convenzione, l'Europa ha perso l'occasione storica di dotarsi di una Costituzione federale, anche a causa delle accanite resistenze dei governi inglese e francese che hanno voluto conservare il diritto di veto in materia di bilancio e di politica estera, condannando così l'Unione all'impotenza;

ritiene che

– solo una radicale riforma democratica dell'Unione potrebbe consentire ai cittadini di decidere, mediante il loro voto europeo, chi debba governare l'Unione;

– una Costituzione federale sia indispensabile per istituire un governo democratico, tra i paesi che lo vorranno, sia per governare l'economia, promuovere una crescita sostenibile, creare occupazione e far fronte alle sfide della globalizzazione, sia per consentire all'Unione di parlare con una sola voce nel mondo, in particolare nell'ONU, dove Francia, Regno Unito e Germania, che si dichiarano favorevoli ad una politica estera e a una difesa europea, dovrebbero, per coerenza, sostenere che sia il Ministro degli Esteri europeo a rappresentare l'UE nel Consiglio di sicurezza;

– il Consiglio europeo del 15-16 giugno, invitando i paesi che devono ancora ratificare la costituzione ad andare avanti, nonostante l'esito negativo dei referendum in Francia e in Olanda, ha implicitamente ammesso che l'unanimità non sia più necessaria per la ratifica della Costituzione;

– poiché oltre il 50% dei cittadini dell'Unione e 11 stati hanno già ratificato la Costituzione europea, il processo di ratifica debba essere portato a termine, consentendo ai paesi che hanno già ratificato la Costituzione e a quelli che la ratificheranno di adottarla se verrà superata la maggioranza degli Stati e della popolazione dell'Unione;

chiede

– al Parlamento europeo di convocare al più presto un Congresso europeo, insieme ai parlamenti nazionali dell'Unione, ai rappresentanti degli enti locali e della società civile, al fine di discutere ed elaborare una strategia per consentire all'Unione di dotarsi di un efficace governo dell'economia e della politica estera e per rilanciare il processo costituente europeo mediante l'elezione di una Costituente europea, il solo metodo democratico per consentire a tutti i cittadini di partecipare alla costruzione dell'Europa; la nuova Costituzione deve essere adottata mediante un referendum europeo;

– al Parlamento italiano di sostenere la proposta della convocazione di un Congresso europeo da parte del Parlamento europeo e di ospitare una delle sessioni del Congresso europeo;

– al Governo italiano di sostenere nel Consiglio europeo la necessità che i paesi che hanno ratificato la Costituzione europea la possano adottare nel caso in cui una maggioranza di Stati e della popolazione dell'Unione sia favorevole;

invita

tutti i partiti democratici, le forze sindacali, imprenditoriali e della società civile, le organizzazioni della forza federalista a partecipare attivamente alla preparazione della Convenzione dei cittadini europei, che si terrà a Genova il 3-4 dicembre, primo appuntamento di tutti coloro che intendono aprire un grande dialogo, insieme al Parlamento europeo, per rilanciare il processo costituente e fondare un'Unione federale.

Roma, 2 luglio 2005

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#7 L   hussita 

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Postato 04 gennaio 2006 - 11:10

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GETTING EUROPE BACK ON TRACK
=>Friends of Europe, PRESS RELEASE
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GETTING EUROPE BACK ON TRACK

Friends of Europe launches new discussion paper: "After the "NO's": Getting Europe Back on Track"


Friends of Europe - PRESS RELEASE


BRUSSELS - A group of senior European politicians, diplomats and policy experts believes that the crisis over the failed EU Constitution can be resolved if policymakers take a number of clear-cut measures.
Giuliano Amato
Carl Bildt
Joachim Bitterlich
Laurens Jan Brinkhorst
Robert Cox
Anna Diamantopoulou
Monica Frassoni
Daniel Janssen
Horst Krenzler
Pascal Lamy
Philippe Lemaître
Peter Mandelson
Stefano Micossi
Paul Révay (BLONDET, DOVE SEI AHAHAH)
Eberhard Rhein
Keith Richardson
Philippe de Schoutheete
Yves-Thibault de Silguy
Javier Solana

These ideas are summed up in five simple points that emerge from the latest Friends of Europe discussion paper “After the “No’s”: Getting Europe Back on Track.” The paper presents the views of 20 of the 55 distinguished members of the Brussels-based think tank’s Board of Trustees. The report represents a broad cross-section of nationalities and political opinion, and also reflects general agreement on the steps needed to take Europe out of its present crisis.

The five main points that emerge from the report are:
The 12 eurozone countries must together lead the way in acting to speed up the economic reform process. Proven success in this will pave the way towards institutional change.
Many improvements are possible without the formality of a new Treaty, so the European Council must consider what elements of the Constitution can be put into effect by its own decision.
The Commission must as a priority pilot reforms in its own domain and in the context of the Single Market.
The EU should prepare a new treaty proposal that is simpler, clearer and shorter, with a simplified Part I that would consist of a “Plan for Europe”.
Overhaul the arrangements for national ratifications.

Download the report here: =>scarica qui, (documento in PDF)

Published online on : 05 October 2005

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Bentornata, Hussa, nel forum "Unione europea"!

( FINALMENTE !)

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Hussa si capisce benissimo. (soundwave)

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#8 L   Erasmus 

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Postato 05 gennaio 2006 - 11:25

hussita, su 4 Jan 2006, 11:10, detto:

[...]
Paul Révay (BLONDET, DOVE SEI AHAHAH)
[...]

???("Dove sta Blondet? Uh, madonna mia!... Come fa Révay se Blondet va via?...")

Cripto-hussa, intendi il giornalista Maurizio Blondet o altri?
Lo volevi tra i "Friends of Europe", o avrebbe invece a che fare con Paul Révay? [Potresti spiegare?]
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Io, invece, esclamo: Dove sei Daniel COHN-BENDIT?
[Domanda ad hussita: La Frassoni e Cohn-Bendit presiedono ancora il gruppo dei Verts/ALE, o è cambiato qualcosa nel PE eletto nel 2004 rispetto al precedente?]
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Quello che ci segnali ha già tre mesi, hussita.
Da allora ... non ne ho saputo più niente.
Che sviluppo ha avuto, dunque, questa proposta degli "Amici dell'Europa"?
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Se ho capito qualcosa, questa iniziativa parte dal concetto che una "Carta Costituzionale" come quella in processo (paralizzato!) di ratifica non è necessaria: l'UE potrebbe decidere alcune cosette ugualmente, magari andare verso un nuovo trattato indipendentemente dal viaggio di quello in corso (e arrivare prima al traguardo).
Tutta la faccenda mi piace poco perché:
a) Si confida ancora una volta sul decrepito metodo "intergovernativo", quando invece occorrerebbe un effettivo coinvolgimento dei cittadini europei.
b) La paralisi innescata dal NO francese non significa che, in maggioranza, la gente sia contraria alla "Costituzione Europea", e nemmeno a quella in discussione. E' colpa del metodo voluto per ratificarla se è andata così! (E se l'esito inatteso pone nell'impasse di non saper come fare a venirne fuori. Non ha senso aspettarsi le ratifiche unanimi di tutti i 25 stati-membri - fatte poi con il metodo che ciascuno stato preferisce - per mostrare che l'UE procede (e scerglie) democraticamente se invece tutto è terribilmente condizionato alla unanimità! Stupida presunzione quella che 25 stati senz'altro decidano "sovranamente" tutti la stessa cosa. Anche ipocrita: democrazia fasulla, se in anticipo ci si attende un solo risultato e, se non esce quello atteso, si blocca tutto!)
c) Abbiamo un PE eletto proprio appena la "Costituzione Europea" era pronta per essere ratificata. Si è già espresso a stragrande maggioranza (di circa 3 a 1) a favore della ratifica di "quella" Costituzione Europea. Se avesse davvero la volontà di salvarla, o comunque di sbloccare la situazione, procederebbe (infischiandosene del Consiglio Europeo) ad una specie di "pronunciamento", autoproclamandosi "Camera Costituente" e - partendo dal documento della Convenzione - riproporrebbe una revisione ( e riforma) ben più profonda delle istituzioni, lasciando apposta la porta aperta ad un cambiamento di prospettiva: Basta con il volere dentro oves et boves! D'ora in poi: "Costituzione con chi ci sta!" (E ... "la Gran Bretagna seguirà - se ne ha voglia. Ma gli altri non si fermeranno ad aspettarla").
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Sono ormai troppi i discorsi sul prospettare un "gruppo di stati pionieri". ( I Sei fondatori? Quelli dell'Eurozona? I "grandi paesi-membri"? Semplicemente "Chi ci sta" ad una proposta innovativa e più avanzata della Costituzione in ballo?)
Qua si continua a sollevare polvere e spandere fumo!
[Specie in Francia: Sarkozy per primo, poi Douste-Blazy, adesso ci si mette anche Chirac ...]
Credo che fino alle prossime elezioni presidenziali francesi (quando Chirac si ritirerà nella sua Colombey, se ce n'ha una) non succederà un bel niente.
[La Merkel aspetta di varare il suo piano con due situazioni favorevoli: la sua presidenza dell'UE e il cambio di guardia in Francia. Chirac ... patetico, vorrebbe essere dentro o addirittura protagonista! Ma usciva di scena con più dignità se si dimetteva la mattina del 30 maggio scorso. Vuole fare il de Gaulle? Impari almeno da lui come si esce dignitosamente di scena quando si perde!]

Aspettiamo dunque il 2007. Ma intanto si potrebbe lavorare tutti per rendere più sentita nella testa (e nel cuore) della gente europea la questione istituzionale dell'UE...

Ciao a tutti

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#9 L   hussita 

  • Extraparlamentare Extrafiga. Fata ingroppina.
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Postato 05 gennaio 2006 - 11:44

paul révay è il responsabile della trilaterale per l'europa

la trilaterale è stata fondata da rotschild

maurizio blondet vede la trilaterale come il fumo plutogiudaicomassonico

era una battuta acidula

cohn-bendit e frassoni, invariati

sì quello che segnalo ha tre mesi e rotti e la dice lunga...

e siamo tutti ad aspettare la presidenza tedesca...
Hussa si capisce benissimo. (soundwave)

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#10 Guest_Cirno_*

  • Gruppo: Ospiti

Postato 22 marzo 2006 - 23:34

...ora ho capito dove sei finito!!!
UE (oggi): :(

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Benvenuto, CIRNO,
nel forum "Unione europea"!

Il coordinatore Erasmus
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Ma ... non hai nulla da dire come "primo" contributo?
Guarda che ... qui si fa sul serio! ["Pochi ma boni", se dise da le nostre parti!]
Ciao.
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Modificato da Erasmus - 27 marzo 2006 - 04:08


#11 L   Erasmus 

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Postato 27 marzo 2006 - 03:56

[:( Mi scusino tutti gli altri che non son Cirni].
Che bella sorpresa! Sei ancora vivo, allora!
[Chi non muore si rivede!]

Ti scrivo domani in messaggio privato.
Intanto ... ciao! (Sempreché tu ritorni da queste parti).

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#12 Guest_Cirno_*

  • Gruppo: Ospiti

Postato 27 marzo 2006 - 14:05

Cirno, su 22 Mar 2006, 23:34, detto:

...ora ho capito dove sei finito!!!
UE (oggi): :(

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Benvenuto, CIRNO,
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Il coordinatore Erasmus
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Ma ... non hai nulla da dire come "primo" contributo?
Guarda che ... qui si fa sul serio! ["Pochi ma boni", se dise da le nostre parti!]
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...che contributi vuoi dare! L'UE è morta. Sopravvive nell'euro, e in regole pignolesche e futili. In politica estera è zero. La Francia la considera una sua appendice. Per l'Islam è un terreno di conquista o un poligono di tiro. L'Inghilterra la snobba, USA la disprezza. In questo contesto deprimente l'Italia è una minus habens, essendo povera di energia (per sua colpa, sua grandissima colpa). Cosa ti aspetti?
Che Francia, Inghilterra e Germania rinuncino alla loro sovranità nazionale?
Futili esercitazioni dialettiche, purtroppo.
Parliamo di calcio, che è meglio.
Cirno

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