Questo thread è dedicato al dibattito sulla crisi in atto dell'Unione Europea
E' dal 1996 che il MFE, purtroppo e suo malgrado Cassandra inascoltata– avverte che, senza un sostanziale e radicale salto di qualità nell'approccio alla riforma delle istituzioni, l'UE rischia, soprattutto con l'allargamento, di liquefarsi in una mera area di libero scambio
Se così avverrà, la stesso concetto riduttivo di area di libero scambio potrà andare in crisi.
Il nazionalismo che impedisce (anche in materia squisitamente economica) il progresso dell'integrazione politica –causa prima del disfacimento dell'UE e della sua riduzione ad "area di libero scambio"– una volta incoraggiato da tanto successo, non si fermerà.
Su cosa si dovrebbe basare la presunzione degli attuali europei di essere più furbi ed intelligenti dei loro nonni che furono portati dai loro patriottici leader a massacrarsi a milioni e milioni?
Ahi, quanto sapore di profezia da Cassandra ha ora anche la frase di J. Monnet in alto a destra della testata di questo forum!
« Nulla dura senza le istituzioni ».
All'UE mancano istituzioni adeguate alla bisogna: e senza di esse il boom della CEE/UE è durato anche troppo!
La diagnosi della malattia dell'UE è anche troppo facile: nella sua classe politica è assolutamente carente la volontà di ricercare ciò che è di interesse e di utilità comune. Al di là della immensa fiumana di retorica e di gattopardesco europeismo, la vera molla che aziona il comportamento dei nostri leader è la visione angusta dei propri campicelli elettorali, camuffati ufficialmente per "interessi nazionali". A tutti questi leader occorrerebbe perentoriamente ricordare il clou del "Manifesto di Ventotene":
« La linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, (e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità), e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l'unità internazionale »
Come è possibile, caro Galli della Loggia, sostenere che la portata del "Manifesto di Ventotene" –scritto nel 1941– è circoscritta alla particolare situazione del suo tempo? Com'è possbile, caro Galli della Loggia, sostenere che il "federalusmo" del "Manifesto di Ventotene" si riduce ad un "proto-socialismo" (con intrinseca spinta in direzione della "dittatura del proletariato") che cerca a livello europeo quella affermazione che non è capace di avere a livello nazionale? Libero di preferire il piombo all'argento: ma non immune dal giudizio di ignorante arroganza chi volesse persuadermi che argento e piombo sono in fondo lo stesso metallo!
Scusami, Galli della Loggia: Non solo saresti classificato da Spinelli tra i reazionari, ma senza ombra di dubbio considerato un pallone gonfiato, tanto arrogante quanto colpevolmente ignorante!
[Vedere a proposito i messaggio di "Robinson, Inviato il: 7 Oct 2004, 19:30, il Foglio, 7.10.04" nel thread =>Dimenticare "Ventotene"?]
Siamo ciechi davanti ai rigurgiti nazionalisti e micro-nazionalisti che pervadono la stessa UE? Siamo ciechi davanti al "solidificarsi della lava incandescente delle passioni popolari nel vecchio stampo" e davanti al fatto che sotto i nostri occhi "risorgano le vecchie assurdità"?
[Un esempio purtroppo eloquente ce l'ha offerto ieri la manifestazione di Pontida!]
"Reazionari" – loro malgrado, (se sinceri, se in buona fede)– tutti quelli che credono di poter affrontare e risolvere le questioni nel quadro nazionale o sub-nazionale: siano essi di "destra" o presumano d'essere di "sinistra" (sbandierando senza tregua il loro "NO all'Europa delle multinazionali e dei banchieri"). Reazionari perché mettono i bastoni tra le ruote a qualsiasi tentativo di superare ciò che essi denunciano con enfasi (e con iperbole ingiustificate).
"Progressisti" –ma dove stanno? Ne è rimasto almeno qualcuno tra i VIP politici che hanno ora il coltello dalla parte del manico?– quelli che ravvisano come "compito centrale" della loro azione politica
che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e,
anche conquistato il potere nazionale,
lo adopereranno
in primissima linea
come strumento per realizzare l'unità internazionale"
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Apro. dunque, io il dibattito con il ribadire –come fatto qui sopra– le posizioni dei federalisti e riportando, di seguito, due emblematici documenti (federalisti
1. La dichiarazione" del MFE (nella persona del suo presidente, Guido Montani) a seguito del fallimento del Consiglio Europeo del 16-17 giugno u.s.
2. L'articolo sulla "Unione Smarrita" di T. Padoa-Schioppa (dal "Corriere della Sera" di dom. 19.06.05)
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1.
LA DEMOCRAZIA EUROPEA E’ IN PERICOLO
IL PARLAMENTO EUROPEO NON DIVENTI L’AVENTINO DELL’EUROPA
Il fallimento del Consiglio europeo di Bruxelles non rappresenta solo l’ennesima conferma che il governo dell’Unione europea non può essere affidato a 25 capi di governo, intenzionati a difendere con le unghie e coi denti meschini interessi corporativi. L’esito negativo dei referendum in Francia e in Olanda ha offerto al governo inglese l’insperata occasione di concretizzare la tradizionale linea di politica estera inglese che, dalla Sig.ra Thatcher sino a Blair, si propone di trasformare l’Unione europea in un’area di libero scambio. Oggi, grazie agli errori dell’asse franco-tedesco, il progetto dei padri fondatori di un’Europa federale è sul punto di essere definitivamente affossato.
In Italia e in Francia, i partiti del populismo etnico e del protezionismo hanno lanciato una campagna contro l’euro, per il ritorno alle monete nazionali. In Gran Bretagna, alcuni influenti organi di stampa propongono che il Parlamento europeo venga trasformato in un rifugio per immigrati.
Sarebbe un grave errore sottovalutare l’attacco alle istituzioni federali dell’Unione. Il governo inglese è intenzionato a sfruttare la rivolta dei cittadini (contro una classe politica incapace di indicare un futuro all’Europa) per rafforzare la sua posizione di portavoce del governo di Washington nel vecchio continente. Se l’Unione europea non si darà un governo federale, a governare l’Europa saranno il mercato e le grandi potenze mondiali.
I federalisti chiedono a tutte le forze favorevoli ad un’Europa unita, democratica e indipendente di unirsi per contrastare questo disegno reazionario. In particolare, i deputati al Parlamento europeo non possono più ignorare le proprie responsabilità. Essi sono i legittimi rappresentanti dei cittadini europei. La crisi del processo costituzionale europeo ha consentito ai vecchi e nuovi nazionalisti di ritornare in campo con arroganza. Si dedichi subito una seduta straordinaria del Parlamento europeo al rilancio del processo costituente. Senza una Costituzione federale l’Europa a 25 si disgrega.
Il Parlamento europeo non diventi l’Aventino dell’Europa!
Guido Montani
Presidente del MFE
Milano, 19 giugno 2005
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2.
Corriere della Sera, 19 giugno 2005
COME RITROVARE L'UNIONE SMARRITA
di TOMMASO PADOA-SCHIOPPA
Sulle due questioni più controverse - Costituzione e bilancio futuro - la riunione europea di Bruxelles si è chiusa senza risultati. I critici e gli ostili sono ringalluzziti: per essi la crisi conferma che inquadrare lo Stato nazionale in un'unione che lo superi e lo completi è vano e indesiderabile. Informarsi, distinguere, capire sono le premesse di una partecipazione consapevole alle vicende del mondo. E ascoltare più voci aiuta. Perciò offro al lettore un'interpretazione diversa, grato a chi dissente se vorrà contrargomentare. Ritengo sia in crisi non l' idea dell'unione ma il suo modo . Costituzione e bilancio futuro sono questioni centralissime della politica. Appartengono soprattutto agli Stati, che della politica hanno acquisito e cercano di difendere il monopolio. In enti come il Fondo monetario internazionale (Fmi) o in alleanze militari come la Nato non vi sono zuffe sulla Costituzione, e blande sono quelle sulle risorse.
Dunque, un punto di fatto: l'Unione europea si occupa dei problemi classici di una formazione statuale, con litigiosità e vizi propri della politica.
Se ne occupa perché essa è già una formazione di tipo statuale: incompleta, imperfetta, ma reale. In oltre mezzo secolo essa ha emanato leggi, chiamato i cittadini al voto, riformato ordinamenti giuridici ed economici, cancellato frontiere, istituito la propria moneta.
Lo Stato contemporaneo, però, è fondato sul concetto di nazione. Come un tempo intorno al re, così oggi intorno alla nazione lo Stato ha organizzato interessi, risorse, apparati amministrativi, partiti. La nazione fattasi Stato si è rivelata un'idea infiammante, un surrogato della passione religiosa. Dopo due guerre atroci, chiedere ai cittadini di morire a milioni per la patria è forse impossibile; ma per sostenere il potere largamente illusorio di chi governa lo Stato l'idea di nazione funziona ancora.
Nell'elogio che se ne fa, lo Stato nazionale è riproposto come aggregazione umana perfetta e intangibile; assicurerebbe democrazia, omogeneità di cultura, solidarietà sociale, sicurezza interna ed esterna, potenza nel mondo. L'elogio, si noti, viene soprattutto da Stati che si fondarono in tutt'altro modo: non sul concetto di nazione o sull'autodeterminazione dei popoli, bensì con matrimoni combinati, conquiste militari e feroci repressioni.
Quell'elogio è, purtroppo, un misero inganno: l'ha svelato la tragedia europea del secolo scorso; lo svelano ogni giorno l'impotenza e l'assenza dei Paesi europei, ormai troppo piccoli per i problemi che il mondo pone.
Da inganno, assenza, impotenza si cerca di uscire con l'Unione. Non certo un super Stato che sostituisca quelli nazionali; piuttosto un'unione che abbia capacità di decidere e mezzi per agire nelle poche materie in cui lo Stato nazionale è impotente o troppo minaccioso. Come stupirsi che il tentativo di fondare un'unione politica con gli strumenti del diritto e della democrazia sia faticoso, pieno di contraddizioni, pervaso di ambiguità e ipocrisie, impregnato di vuota retorica, disseminato di passi falsi e occasioni mancate?
Non può essere la difficoltà del cammino a qualificare un'idea come immeritevole di essere perseguita. È sul valore di quell'idea che occorre pronunciarsi, sulla possibilità di realizzarla, sul modo di attuarla. La possibilità è dimostrata dal molto già realizzato. Il modo è opinabile, ora giusto, ora errato. Ma la questione iniziale, quella che in un momento di incertezza profonda non si può assolutamente eludere, è il valore dell'idea, dell'obiettivo, la sua qualità intrinseca. Di là si deve partire per capire la crisi e uscirne.
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