Spazioforum: Dimenticare "Ventotene" ? - Spazioforum

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#1 L   Robinson 

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Postato 07 ottobre 2004 - 18:30


il Foglio, 7.10.04

DIMENTICARE VENTOTENE?
Bandinelli fa l’apologia del Manifesto di Spinelli, Rossi e Colorni


Difendere il Manifesto di Ventotene, aderendo al cortese invito rivoltomi da Giuliano Ferrara sul Foglio del 23 settembre? Perché no, se “difendere” vuol dire ripercorrere, con occhio critico e senza feticismi, origine e contenuti del testo elaborato nel 1941 da Spinelli, Rossi e Colorni tra confino e
guerra, ma anche i tanti straordinari eventi che attorno e grazie a quelle pagine si sono poi snodati. Non ho nemmeno bisogno di stimoli esterni: sui temi del Manifesto, del federalismo europeo, dell’Europa di oggi e di domani, è in corso tra noi radicali un forte dibattito, nel quale Marco Pannella ha portato il contributo di un progetto di “Stati Uniti d’Europa e d’America” che
lui vede come superamento, ma anche come logico sbocco delle idee che dal Manifesto ebbero inizio. Nel suo “revisionismo”, Pannella ha l’ambizione di raddrizzare proprio le storture segnalate da Galli della Loggia sul Foglio del 21 settembre; ma prendendo un cammino ben diverso da quello che il saggista ci propone.

* * *
La mia copia del Manifesto – certo più citato che letto, non ce n’è nemmeno una edizione critica – la presi da uno scaffale del Movimento Federalista Europeo, nella sede di piazza Fontana di Trevi, due o tre piani sotto la casa di Pertini. La frequentavamo in pochi, assediati da violenti nazionalismi: quello delle sinistre e comunista in primo luogo, che vedeva come il fumo negli occhi
una Europa unita “capitalista” e “serva degli americani”; quello delle destre revanchiste, e infine quello – un arabesco di distinguo – di molti laici, scettici dinanzi alle innovazioni laceranti proposte da Spinelli. Lì si incontrarono parecchi giovani che poi hanno tutti confermato, nell’impegno politico, l’ispirazione liberale delle idee agitate dal drappello (dall’“avanguardia”, perché no?) federalista. All’epoca della CED, vidi in quelle stanze Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio; vi era passato anche il generale Dwight Eisenhower, Comandante in capo degli eserciti alleati. Ombra di Altiero, vi si incontrava la moglie Ursula, magnifica con i suoi capelli di rame (ne fui silenziosamente invaghito), protettiva verso il marito e materna verso le sue sei figlie, tra le quali Renata Colorni e la piccola Barbara mi sono più rimaste impresse. Ti guardava dritto negli occhi,
da quella limpida rivoluzionaria che era, innocentemente.

* * *
Secondo Galli della Loggia, “L’Europa non è riuscita a mettere salde radici sul terreno delle grandi mutazioni ideali e dell’elaborazione culturale da cui nascono le emozioni e i sentimenti che muovono le opinioni pubbliche” ; dunque, visto che il Manifesto “non sembra in grado di dirci molto, oggi” , bisognerà trovare qualcos’altro capace di far crescere “la base ideologica e
culturale necessaria ad alimentare il progetto europeista”.
Galli della Loggia elenca quindi i problemi da cui l’Europa è afflitta, “l’improvvisazione” del processo unificante, il “pervasivo regolamentarismo amministrativo”, il “pangiuridicismo”, l’ipertrofia della recente Costituzione, che ha già “praticamente deciso tutto” codificando e prevedendo ogni passo della nostra vita “per i prossimi cent’anni”, l’eccessivo allargamento della sfera dei “diritti soggettivi” e, conclusivamente, l’assenza di una “identità politica”. Ne fa discendere un perentorio “j’accuse” diretto al Manifesto, “troppo figlio dei tempi terribili in cui fu scritto” e dunque “dominato dal problema del totalitarismo e dalle sue cause” , peraltro “frettolosamente” individuate nella “questione” dello Stato nazionale.

* * *
Su questo punto almeno, il giudizio dei radicali è diverso, e univoco. E’ proprio in grazia di tale terribile consapevolezza che il Manifesto ha la sua pregnanza, che la “pietas” (cioè l’intelligenza)
storica dovrebbe ben cogliere: sfrondato dal caduco, quel testo si dimostra una lucida analisi dei suoi tempi, che sono in buona misura anche i nostri. Ricorda ai dimentichi che con la lacerante guerra allora in corso l’Europa si trovava a pagare ancora una volta un prezzo esoso alla lotta per
l’egemonia continentale che per secoli aveva contrapposto Francia e Germania, Austria, Spagna, Russia, e magari la Svezia di Carlo XII.
Spinelli e Rossi arrivavano alla conclusione che sul tronco dei nazionalismi storici si erano alla fine radicati i totalitarismi fascista, nazionalsocialista e sovietico: oggi, in singolare e inaspettata convergenza, Antonio Socci anche lui ci rammenta come la Francia napoleonica o la Germania nazista furono simili nel voler “unificare” l’Europa con la violenza e la dittatura. Il Manifesto individuava dunque un male reale e forniva una ricetta, politica. Non si occupava dell’identità culturale o spirituale europea né delle sue radici cristiane (in nome delle quali si tenta oggi di impedire l’ingresso della Turchia). La sua “tavola dei principi fondativi” era, correttamente, il progetto di costruzione di una realtà politico-istituzionale a livello sovranazionale.
Tale intuizione, nei suoi tratti di fondo, è stata ampiamente convalidata. Poi, è vero che gli Stati postbellici non hanno visto la “degenerazione” reazionaria delle previsioni spinelliane. Ma un po’ del merito va attribuito alla costruzione europea, che ha dato forza agli elementi liberali piuttosto che a quelli reazionari (che tutti, nell’incerto dopoguerra, ancora paventavano).
E’ vero anche che in quelle pagine circola un’atmosfera di esacerbato protosocialismo: ma nessuno deve e può dimenticare che la Grande Crisi degli anni Venti aveva intaccato ovunque le fedi liberali, producendo negli Usa il New Deal e la Tennesse Valley Authority, in Inghilterra Keynes e nel dopoguerra Lord Beveridge con il suo Welfare e le sue nazionalizzazioni. Comunque consentiamo, queste parti sono inadeguate. Sono caduche, e infatti sono cadute subito, per opera innanzitutto di Spinelli e Rossi, fedele allievo di Einaudi. Quanto alla richiesta di abrogazione del Concordato, beh, sta anche nel programma radicale…

* * *
Ma io temo che coloro che criticano il Manifesto siano in realtà ostili alla costruzione europea in sé, e vorrebbero magari riproporci la sovranità assoluta di Francia, Austria, Slovenia, Polonia, Germania (che già si agita per avere un suo seggio nazionale all’Onu). Di tale loro non-Europa Metternich direbbe quel che disse al suo tempo sull’Italia: “E’ solo una espressione geografica”, e notoriamente le espressioni geografiche non fanno politica.
Per converso molti critici (magari gli stessi cui si deve l’obiezione precedente) accusano l’Europa di non voler assumersi responsabilità, di non voler combattere, in quanto Europa, contro i nemici della
democrazia, i fondamentalismi, e così via. C’è in costoro una patente contraddizione. Scelgano: o si vuole un’Europa unita, capace di intervenire in quanto tale nelle questioni di un mondo segnato dall’emergere di formazioni politiche di livello continentale o infracontinentale come la Cina, l’India, il Brasile, dal lento ma inesorabile aggregarsi degli Stati – nelle due Americhe come in Africa – in strutture coesive più o meno blandamente “confederali” pur se non federali, e infine dalla presenza di Istituzioni infra o sopranazionali come l’Onu, giustamente criticata ma forse ancora utile nei suoi contestati e insufficienti limiti, oppure la si smetta di aggredirla accusandola di vile impotenza e gettandole in faccia, con volontà offensiva, il paragone con l’America, tanto buona e brava quanto l’Europa è malvagia. Stiamoci attenti, peraltro: l’irridente paragone potrebbe ritorcersi contro quelli che se ne fanno una clava. Il percorso politico che partire dal “Manifesto” si è avviato in questi cinquanta anni si è ispirato, proprio grazie a Spinelli, a quella speciale entità politica che sono gli Usa, gli United States of America stretti in federazione (toh!) dal 1787. Spinelli puntava piaccia o no a Fini – a una Bruxelles gemella della Philadelphia di Hamilton, Jay e Madison. Sfido chiunque a dimostrare che la lunga battaglia spinelliana e dei federalisti più rigorosi non iscriva rigorosamente in questo quadro.
Quella per l’Europa federale (che nulla ha a che spartire con l’Europa degli “europeisti”) è una battaglia del liberalismo che sa bene come le istituzioni distinguano un paese funzionante da uno impotente.

* * *
L’Europa burocratica perché antifederalista, con la sua Commissione, Consiglio degli Stati, eccetera, in mancanza di fondamenta politiche chiare responsabilizzanti si rifugia, per compensare una avvilente condizione di “nano politico”, nelle sue bardature, vantandosi di difendere diritti che sono piuttosto privilegi più o meno corporativi, e che ora la costituzione di Giscard-Amato arriva persino a dilatare.
Galli della Loggia ha facile gioco quando punta il dito sull’“insieme alquanto contraddittorio delle linee guida che hanno presieduto alla costruzione europea”, oscillante tra liberalizzazioni protezionismo, “senza obbedire ad alcun progetto né ad alcuna ispirazione generale” ma in una perniciosa “improvvisazione durata cinquant’anni”, con “trattati legati al mutevole interesse delle parti contraenti”. Il ritratto, ad effetto, presenta qualche falla. Come si fa a confondere quello che è stato uno scontro di poteri di dimensioni “epocali” (ne conviene anche Galli della Loggia) con una irenica “Danza delle ore” interpretata disneyanamente da una combriccola di orsetti, passerotti, caprioli, elefantini (o erano ippopotami?) che intrecciano carole e minuetti da cui emergono istituzioni, leggi, normative e quant’altro è nel corredo dell’Europa di oggi? Non viene il sospetto
che l’eterogeneità e contraddittorietà di esiti, la lamentata assenza di “ispirazione”, sia la conseguenza di battaglie, di vittorie e di sconfitte, di faticosi compromessi politici raggiunti dai
diversi protagonisti che si sono confrontati nel corso del processo? Che, ad esempio, il “mutevole interesse delle parti contraenti” significhi l’interesse degli Stati nazionali restii a cedere la pur minima parte del loro potere? Il percorso istituzionale è tuttora “in progress”. Gli istituzionalisti, e in primis quelli nati dal Manifesto, vogliono strutture snelle ma ferme, come è in ogni buon Stato federale.
Un “Superstato Europeo”, allora? Macché, basta guardare al modello americano.

* * *
A contrastare gli istituzionalisti c’erano e ci sono poi i funzionalisti/contenutisti fautori di un’Europa costruita attorno alla gestione di settori dell’economia, ovviamente risucchiata dal “pervasivo regolamentarismo amministrativo” e dal “pangiuridicismo” che Galli della Loggia depreca. L’incertezza dei principi è anche il prodotto dei loro scontri e, ancora una volta, dei
conseguenti compromessi, tutti drammaticamente politici, non fioriti su irenici balletti. Tra tanti intrecci e tanta farragine fioriscono qua e là contraddizioni positive: per esempio, la Comunità
europea del carbone e dell’acciaio, fiore all’occhiello del funzionalismo, produsse una prima irreversibile rottura del principio della sovranità nazionale. La breccia non si è più ricucita.
La nascita della CED, la Comunità europea di difesa, strenuamente sostenuta dai federalisti del MFE (io stesso tenni allora i miei primi comizi, nei paesi attorno a Roma, da Frascati a Montecompatri a Rocca di Papa, su un pullman probabilmente pagato dalla Cia) avrebbe fatto fare un balzo in avanti irreversibile al modello istituzionalista (per inciso: la creazione di una forza di difesa comune avrebbe forse evitato i sarcasmi sull’Europa venusiana”, imbelle e pantofolaia). Ma la CED venne silurata dall’Assemblea francese, grazie all’alleanza tra gollisti comunisti.
Dopo la crisi della CED si cercò di porre riparo – ancora – al vuoto di istituzioni: nel 1957-’58 viene firmato il Trattato di Roma, che istituiva la Comunità economica europea. Il trattato, indicato come ulteriore prova della bontà del metodo funzionalista, consentiva fortissimi sviluppi “centripeti”, che si sono in parte anche realizzati, modificando profondamente il volto e le strutture della Comunità. Nel 1984 Spinelli proponeva un suo nuovo progetto, ma Jacques Delors, presidente
della Commissione dal gennaio 1985 interprete dei funzionalismi nazionali, gli contrappose l’“Atto Unico Europeo” (approvato nel 1987) che avviava la libera circolazione delle merci, dei capitali, dei servizi e delle persone.
Queste iniziative, non tutte negative, hanno però puntato sulle strutture burocratiche, senza rafforzare il nocciolo decisionale dell’Unione. Si è sempre evitata “la problematica della sovranità” (“chi governa, chi comanda?”), i pur inadeguati centri decisionali esistenti, tra Commissione e Parlamento, sono stati lentamente svuotati. E’ il processo che ha portato alla convention Giscardian-amatiana, della quale i suoi stessi padri, come Amato, cercano oggi di prendere le distanze.

Pannella contrappone la “classicità” dello Stato di diritto – alla Montesquieu – che semplifica per far sì che la gente capisca, e le logiche del potere partitocratico (e nazionale) il quale tale classicità non tollera.
Bene, la convention giscardiana ci consegna una farragine normativa, spacciata come quella che promuove diritti, quando invece difende privilegi e corporativismi di gusto paleosocialdemocratico,
alla Spd. Non lo scopre Galli della Loggia, i parlamentari radicali europei organizzarono a Bruxelles, nel dicembre scorso, un convegno dedicato alla “Riforma e controriforma dell’Europa”, e vi denunciarono vigorosamente questi mali.

* * *
Rifiutata credibilità al federalismo del Manifesto, Galli della Loggia chiede che l’Europa si dia una qualche “identità politica” . “Di questo – ammonisce – dovrebbe occuparsi, o preoccuparsi, chi intende contribuire allo sviluppo futuro dell’Europa”.
Ottime intenzioni. Ma cosa significa, nel suo lessico, “identità politica”? Per noi, il termine non può non significare altro se non “soggettività politica”. Ogni altra definizione non esprimerebbe alcuna “identità” se non vagamente culturale, o meramente emblematica. Se poi si ritiene che una identità di quest’ultimo tipo possa essere più adeguata a generare le “grandi mutazioni ideali e dell’elaborazione culturale da cui nascono le emozioni e i sentimenti che muovono le opinioni pubbliche”, anche qui, benissimo: attendiamo idee e suggerimenti operativi. Comunque ci arriveremo, mozioni e sentimenti delle opinioni pubbliche saranno presto portati, grazie ai ventilati referendum, a un grande scontro – appunto politico-istituzionale. Una prova durissima, perché la Costituzione-Trattato, che può aspirare a esprimere, al più, una struttura economico-gestionale, non è fatta per scaldare animi e sentimenti. Per accendere i quali ci vorrebbe una classe dirigente con volontà e obiettivi a vasto raggio, che voglia puntare su una “rivoluzione liberale”, diciamo all’americana.
Pannella ci propone i suoi “Stati Uniti d’Europa e d’America”. Sì, c’è bisogno di qualcosa del genere. Ma questo è già un altro discorso. Interessa Galli della Loggia?

Angiolo Bandinelli


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#2 L   Robinson 

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Postato 07 ottobre 2004 - 18:31


Galli della Loggia ribatte: “Nasce lì l’europeismo debole”

Roma. Ernesto Galli della Loggia, esordisce con una premessa per replicare alle obiezioni di Angiolo Bandinelli. “Anziché disquisire su un testo che i lettori non conoscono”, dice al Foglio l’editorialista del Corriere della Sera, nonché storico e studioso dell’identità italiana, “sarebbe meglio pubblicare il Manifesto di Ventotene, lasciando al pubblico la libertà di decidere chi dei due abbia ragione. Altrimenti, tra due gentiluomini, vale il principio della parola sua contro la mia”.
Ma siccome i giornali sono organismi strani, dove i nervi e gli umori del momento prevalgono in genere sulle appendici bibliografiche, dobbiamo contentarci di riprendere la polemica per com’è nata e di riassumerla nei suoi termini essenziali.
“Primo punto del mio ragionamento – ricorda Galli della Loggia – lo stato miserando dell’Unione europea. Secondo, l’assenza di radici ideologico-culturali della stessa. Terzo: perché l’Europa è priva di tali radici? Improvvisa luce, ma non c’è il Manifesto di Ventotene? Non è quella la base del federalismo europeo? Certo che sì, e allora andiamo a vedere cosa dice”.
Galli della Loggia confessa di non averlo mai letto prima quel famoso Manifesto, che forse solo mille persone conoscono davvero. “Leggo dunque il Manifesto di Ventotene e mi appaiono allora abbastanza chiare le ragioni della debolezza ideologico-culturale dell’Europa. Quel manifesto non può fungere da radice politico culturale di alcunché, perché si limita a descrivere una situazione storica che nulla ha più a che fare con noi”.
Eppure, gli autori Ernesto Rossi e Altiero Spinelli si ponevano il problema del federalismo.
“Il federalismo di cui si parla nel Manifesto di Ventotene ha motivazioni che oggi a noi non dicono nulla. E’ un’analisi storica talmente legata a una particolare congiuntura, e a un particolarissimo punto di vista, da esaurirsi con quella stessa congiuntura e con quel punto di vista. Il fatto che si parli di federalismo non deve trarci in inganno. In fondo anche Stalin parlava di socialismo, ma il suo socialismo nulla aveva a che fare, che so, con la socialdemocrazia svedese. Allo stesso modo, le motivazioni del Manifesto di Ventotene nulla hanno a che fare col mondo in cui viviamo noi e, badi bene, non da oggi, ma da decenni ormai”.

Angiolo Bandinelli però tenta di farne una difesa a spada tratta. Insiste nel dire che il testo ha una sua “pregnanza”, che “sfrondato dal caduco, si dimostra una lucida analisi dei tempi nostri, oltreché suoi, quando l’Europa continuava a pagare a caro prezzo la lotta degli Stati nazione per l’egemonia culturale”.
“Bandinelli fa una lettura sbagliata. Il Manifesto di Ventotene infatti non pone per nulla il problema, in termini storici fondato, dell’egemonismo, che è il problema storico-politico per eccellenza dell’Europa. Perché per Spinelli, Colorni ed Ernesto Rossi, il vero problema sta tutto nel capitalismo che fa degenerare il nazionalismo in espansionismo. Sicché per contrastare il nazionalismo, bisogna riformare il capitalismo e lo Stato nazionale che ne è il supporto. Da qui il programma socialista di vaste nazionalizzazioni dell’economia, e il proposito di dare alla classe operaia il comando politico dell’operazione. Il protosocialismo del Manifesto di Ventotene non è l’involucro dettato dai tempi, come sostiene Bandinelli, ma è il cardine dell’interpretazione storica del nemico del federalismo, e cioè del capitalismo, che a sua volta produce nazionalismo”.
Bandinelli insiste nell’apologia, accostando il protosocialismo di Spinelli e Rossi all’interventismo statale teorizzato da John Maynard Keynes, al programma del New Deal di Franklin D. Roosevelt, e persino al Welfare State di Lord Beveridge.
“Neanche questo è vero. E risulta chiarissimo a chi legge il Manifesto di Ventotene e anche a Bandinelli. Solo la pia fedeltà agli ideali di gioventù può spingere a un tale errore di lettura. Il socialismo del Manifesto
di Ventotene non è la politica democratica interventista e di deficit-spending. E’ il socialismo che vuole dare il potere ai lavoratori, che vuole dare una spallata alla proprietà privata in tutti i luoghi in cui questa sia di ostacolo (vero o presunto) alla libertà e allo sviluppo economico. Il socialismo nel Manifesto di Ventotene ha come riferimento i lavoratori, il potere sociale delle classi lavoratrici, non la distribuzione delle ricchezze”.
In questo senso è un progetto fallito, se oggi è lo stesso Bandinelli a parlare di “Europa burocratica perché antifederalista”.
“E qui veniamo al punto. Bisogna mettersi d’accordo: o il federalismo è al cuore della costruzione europea, ma allora proprio stando a quanto ne dice Bandinelli si tratta di un falso federalismo. Oppure quello che c’è stato finora è un federalismo cattivo, ma in questo caso viene il sospetto che i federalisti buoni non siano mai esistiti. Altiero Spinelli sarebbe stato dunque commissario europeo del federalismo cattivo. Ma come mai allora era convinto che l’Ue realizzasse i suoi intendimenti? E perché lo spinelliano Bandinelli adesso se la prende tanto con l’Europa così com’è?”
Bandinelli dice che in Europa si è sempre evitato di affrontare il problema della sovranità.
“La costruzione europea, scrive Bandinelli, non ha mai affrontato la problematica della sovranità. Allora come federalismo non ha le carte in regola. Ma se il rapporto tra il Manifesto di Ventotene e l’identità europea è così tenue, perché Bandinelli se la prende con me?” Già, perché?
“Da decenni viviamo nell’idea che il movimento federalista di Spinelli ed Ernesto Rossi sia stato un anticipatore dell’Europa, poi veniamo a sapere che l’Europa non ha mai affrontato il problema della sovranità. E allora che federalismo è il federalismo reale che abbiamo avuto fin qui? Bandinelli piglia un granchio quando scrive che il percorso politico degli ultimi cinquant’anni si è ispirato, proprio grazie a Spinelli, al federalismo americano”.
Bandinelli scrive che Spinelli puntava a una Bruxelles gemella della Philadelphia concepita dal Federalist di
Jay, Hamilton e Madison, anzi sfida chiunque a dimostrare che la battaglia dei più rigorosi federalisti europei non s’iscriva rigorosamente nello stesso quadro.
“Bandinelli dimentica il macigno della storia. Altiero Spinelli sedeva al massimo vertice dell’Europa reale,
quella che lo stesso Bandinelli definisce antiferalista e burocratica, dunque traditrice del Manifesto di Ventotene. A parte questo, poi, l’accostamento tra Bruxelles e Philadelphia è molto problematico. C’è una differenza abissale tra il federalismo degli Stati Uniti, che non doveva abolire alcuna sovranità preesistente, ma limitarsi a federare entità politiche dalla sovranità tenue, reduci da una battaglia per l’indipendenza, e il federalismo degli Stati europei, che hanno alle spalle secoli di sovranità nazionale. Spinelli non poteva pensare che fosse così facile portare Philadelphia a Bruxelles. Di fatto, è immensamente difficile”.

Marina Valensise


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Luigi Pintor

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#3 L   Erasmus 

  • Forum *Unione Europea*
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Postato 08 ottobre 2004 - 04:51

Grazie, Robinson.

Mio commento (personale):
Angiolo Bandinelli dice una enorme cavolata (antistorica) a proposito di Delors (affermando che sarebbe stato lui a contrapporre l'Atto Unico Europeo al Trattato di Unione [presentato dal PE ai governi ed ispirato da Spinelli). Io a Lussemburgo il 2 dicembre del 1985 c'ero. Ricordo a chi se l'è dimenticato, che a Delors non fu nemmeno permesso di presenziare al Vertice (che ora, proprio in virtù dell'AUE, sarebbe il "Consiglio Europeo"). Quell'Atto Unico fu una vittoria della Thatcher, altro che Delors!
[A Delors, prima della seconda sua presidenza della Commissione, i capi di stato e di governo non permisero di contare un bel nulla: e se fu –probabilmente– il migliore Presidente della Commissione, lo si deve solo alla tenacia con cui ha lottato per non farsi mettere i piedi in testa ed essere usato strumentalmente].
E' vero che il primo Delors non era per nulla "federalista".
Ma fu proprio l'orrore dell'Atto Unico (l'irrisione al Parlamento Europeo, alla Commissione e a lui stesso, escluso anche come semplice uditore), l'ipocrisia della manovra di affossamento del Trattato d'Unione dopo averlo tutti elogiato e aver varato una CIG per ... migliorarlo ulteriormente, ecc. ad innescare in Delors un processo di conversione alle tesi dei federalisti.
Galli della loggia sa qualcosa del "Piano Delors" (quello proposto allo scadere del secondo suo mandato)? Se ha un minimo di intelligenza, capirà che quel piano avrebbe avuto una chance solo con un'Europa che, almeno su certe questioni, avesse una volontà unica, come solo potrebbe averla una federazione. Il "piano Delors" è della fine del '93. Spinelli morì nella primavera dell'86. Qualche anno dopo, in piena crisi del "blocco sovietico" –il muro di Berlino cadrà nell'89– Delors fece una durissima pubblica autocritica (mi pare davanti al Parlamento europeo). Rivelò che nemmeno aveva risposto alle lettere che gli aveva inviato Spinelli per coinvolgerlo in un processo di avvio di federalismo europeo. Precisato che Spinelli era un federalista e lui no, dichiarò: «lui aveva ragione, io torto»; e proseguì con l'auspicare una riforma istituzionale radicale in senso federalista perché –disse– era ormai necessaria, anzi, "urgente". E' sua e di allora l'espressione "Federazione di Stati Nazionali", (poi da altri abusata e travisata nel significato) , per sottolineare l'originalità storica d'una siffatta federazione e la necessità di preservare la ricchezza delle singole peculiarità degli attuali stati-nazione frutto di mille anni di storia senza uguale.
Insomma: qui Bandinelli non dimostra né una buona conoscenza della storia dell'UE né del percorso politico e culturale del pensiero di Jacques Delors.

Altro grande difetto che rilevo è quello tipico dei radicali: una esaltazione smodata della loro presenza nei fatti che contano facendola apparire enorme anche nei casi in cui è una miseria.

Ma, per il resto no: Bandinelli parla con competenza del federalismo europeo, dei federalisti "più rigorosi" e del "Manifesto di Ventotene".

Mi pare che Bandinelli:

1. Ha letto, meditato, mostra di conoscere e di aver sottoposto ad esegesi critica il "Manifesto".

2. Nei riguardi dei federalismo di Spinelli usa i vocaboli nella giusta accezione e si rferesce a personaggi
(a parte Delors) pertinentemente. Insomma: conosce per studio e diretta esperienza il federalismo di cui parla, (è dentro al processo).

3. Ha capito il vero problema: la permanenza, mutatis mutandis, del pericolo di degenerazione dello "stato di diritto" proprio per la pretesa di sovranità incondizionata dello Stato Nazionale.

Non ho letto la prima critica (demolitrice) di Ernesto Galli della Loggia al "Manifesto di Ventotene". Per forza mi devo riferire alla sola sua replica.

Sono stupefatto dalle frequenti idiozie di cui questo "opinion maker" cosparge la sua replica (sciorinandole con tranquilla ed impudente ottusità tipica di chi parla di ciò che non conosce per niente in profondo).
Per esempio che "questa" Europa sia quella auspicata e cavalcata da Spinelli. Ma soprattutto sono stupefatto dalla recidiva incapacità di giusto approccio ad un processo storico e geopolitico frutto di un'infinità di fattori (interni ed esterni): per cui il prodotto storico finale mai e poi mai sarà quello pensato dai "padri" dell'Europa (i quali pure avevano visioni ben diverse –basti confrontare un Monnet con un De Gasperi o uno Spinelli).
Candidamente, Galli ammette di non aver mai letto, se non recentemente, il "Manifesto di Ventotene". (E magari l'ha fatto solo per svolgere il compitino assegnatogli di parlarne male). E non si vergogna?
Dichiara che lo hanno letto davvero meno di mille persone!
Beh: vi assicuro che almeno le decine di migliaia di iscritti al MFE d'un tempo, i tre mila dei tempi attuali, le migliaia di iscritti nei movimenti analoghi confluiti a livello europeo nell'UEF (come Europa Union in Germania o la gloriosa Federal Union in Gran Bretagna) lo conoscono come un prete conosce il Vangelo (essendo per loro un testo quasi obbligato). E spero bene che, nei 60 e più anni da quando è stato divulgato, lo abbiano letto anche molti politici (ed osservatori politici) estranei alla militanza vera e propria nel federalismo europeo. Ma come gli saltano in mente certe valutazioni?

Comunque, lui l'ha letto molto male!
Ma non sa che Rossi (proveniente da Giustizia e Libertà) era allievo di Luigi Einaudi? C'è qualcuno che dubita che Einaudi fosse un liberale "autentico"? Altro che "protosocialismo"!
Certo: come anch'io ho rilevato, nonostante la sua sofferta apostasia dal marxismo-leninismo, nonostante l'ostracizzazione fatta di lui dai comunisti alla Scocimarro (culminata con l'espulsione formale dalle cellule clandestine del PCI), Spinelli non può non risentire della sua formazione politica giovanile (di "leninista rivoluzionario") . E va ancora ribadito che il "Manifesto" è stato concepito per rivolgersi con esso alla Resistenza mentre ancora l'esito del cnflitto era incerto (1941), specie a quella italiana, quella che aveva visto affermarsi un fascismo fomentato dalla borghesia e dalla Confindustria (con conseguente spoliazione dei diritti fondamentali dei lavoratori, –come quello di sciopero– l'abolizione dei sindacati e la spudorata farsa del sostituirli con le "corporazioni").
Bandinelli dice una cosa sacrosanta:
«Spinelli puntava – piaccia o no a Fini – a una Bruxelles gemella della Philadelphia di Hamilton, Jay e Madison. Sfido chiunque a dimostrare che la lunga battaglia spinelliana e dei federalisti più rigorosi non si iscriva rigorosamente in questo quadro»
Galli tenta goffamente di contraddirlo:
«“Bandinelli dimentica il macigno della storia: Altiero Spinelli sedeva al massimo vertice dell’Europa reale, quella che lo stesso Bandinelli definisce antifederalista e burocratica, dunque traditrice del Manifesto di Ventotene».
Evidentemente, Galli non conosce Spinelli, o per lo meno di Spinelli non ha capito un tubo. Non conosce la "lunga marcia" di Spinelli per ritornare, in previsione delle elezioni europee, alla politica attiva proprio per tentare una nuova strategia: quella di minare il "funzionalismo" confederale dall'interno delle sue stesse istituzioni (e ci ha provato col portare i 2 terzi dei parlamentari europei ad approvare il "suo" Trattato di Unione).
Evidentemente, Galli non sa che tuttora la rivista "culturale" dei MFE (italiano), edita anche in inglese (e un tempo anche in francese), emblematicamente si chiama "Il Federalista" (e ovviamente The Federalist nell'edizione in inglese): nome della storica rubrica con cui Hamilton, Madison e Jay, sotto l'unico pseudonimo Publius, propagandavano l'adesione al patto di Philadelphia sui giornali di New York. Orbene, "Il Federalista" ha, quasi come un sottotitolo, proprio una citazione di Alexander Hamilton (tratta proprio da "The Federalist"). Siccome io milito nel MFE (fondato nel 1943 a Milano da Spinelli con una ventina di ... clandestini) fin dal 1965, vi posso assicurare che Hamilton (come pensiero politico) e l'avvento nella Storia degli "Stati Uniti d'America" (come evento emblematico) sono tra i capisaldi della formazione di base dei federalisti DOC. Ciò è testimoniano anche da tutti i seminari di formazione federalista, a cominciare da quelli che si tengono annualmente proprio a Ventotene (uno per italiani, l'altro ... internazionale per seminaristi di tutta Europa).

Galli sostiene poi che le tematiche del "Manifesto" nulla hanno a che fare, almeno da decenni, con l'Europa e gli Europei. Dicesse che propone tesi sbagliate, potrei perdonarlo. Ma dire che non hanno a che fare mi pare imperdonabile.
Anzi: la mondializzazione rende l'idea d'una federazione europea molto più attuale dei tempi postbellici.

Infine, Galli della Loggia continua a confondere l'europeismo di comodo (per interessi meramente mercantili) con il federalismo; e i fautori di "questa" Europa con i federalisti. E questo nonostante l'abbondanza delle sottolineature che usa Bandinelli per distinguere i "federalisti" dai generici "europeisti". Evidentemente Galli ignora la strenua (intransigente e ... perdente) opposizione del MFE (sotto la conduzione di Spinelli) alla CEE e al funzionalismo in genere. Stiamo parlando degli anni tra il 1956 e il 1962 (e la CEE è nata nel 1957), . Questa opposizione il MFE l'ha pagata duramente in termini di iscritti, simpatizzanti e peso politico: nel '51 il MFE aveva decine di migliaia di iscritti ed era ... "il consigliere del Principe". Nel '62 era una nullità (e Spinelli, riconoscendo il proprio insuccesso, lasciò la segreteria del MFE a Mario Albertini, di cui si parla troppo poco, benché sotto la sua conduzione –in tempi di ..."guerra di posizione", come nel periodo del gaullismo – il MFE abbia saputo sopravvivere e resistere fino al rilancio del federalismo su scala europea. [Del MFE condotto da Albertini sono le iniziative, in anticipo su ogni altro attore politico, per l'abolizione della dogana e delle frontiere, per la moneta unica europea, per le elezioni del P.E. a suffragio diretto, ecc. Ma soprattutto, è con Albertini che nasce la ricerca storica, la formazione permanente dei quadri, l'approfondimento delle posizioni politiche altrui per un dialogo più proficuo, ecc. Per tutti i federalisti che oggi sono ... maturi o vecchiotti (come me) Albertini resta "il Maestro"...).

Galli della Loggia sembra ignorare che, a parte la rivoluzione armata e violenta, un cambiamento istituzionale radicale, come quello di un'Europa federale, non si impone dall'oggi al domani. E che un atteggiamento dottrinario e intransigente (necessario in sede teorica) è perdente in sede pratica [come hanno dovuto constatare Spinelli e Rossi nel loro iniziale ottimismo].

Galli della Loggia appare incapace di concepire un gradualismo federalista. Egli non sa che, proprio sulla base dell'insuccesso di ... colpi di mano (ai tempi della CED e dell'Assemblea ad hoc), Spinelli maturò l'idea che il federalismo si sarebbe affermato solo col favore trasversale della maggioranza delle forze politiche, ossia quando l'idea diventasse pane comune (come il principio democratico, che nessuna forza politica d'un certo peso mette più in discussione). E' da qui che scaturisce il "gradualismo federalista", (messo poi in atto a livello di movimento –se non altro per impossibilità di far di meglio e più in fretta– da Mario Albertini). Eppure, persino Jean Monnet, (l'inventore del gradualismo funzionalista, inizialmente non curantesi dei federalisti e da questi avversato proprio nel suo funzionalismo), aveva in animo proprio questo: arrivare alla federazione europea per gradi, con un lungo processo di maturazione (anche culturale) innescato dal gradualismo funzionale. In ciò Monnet (che aveva alle spalle una lunga carriera politica, benché assolutamente inconsueta), ha preceduto Spinelli, evitando le ingenuità in cui Spinelli cadde nel tentativo di mettere in atto i suoi propositi. Monnet, ormai vecchio, constatando la lentezza con cui il suo funzionalismo maturava l'idea federale, fondò il gruppo politico-culturale "Per gli Stati Uniti d'Europa".

Non si può viaggiare in auto se non si è capaci di guidare: ma non si diventerà capaci di guidare se non ... con un apprendimento graduale (e ... viaggetti fatti non per viaggiare ma dedicati all'apprendimento della guida).

Spinelli comprese (anche se piuttosto in ritardo) che lanciarsi a testa bassa contro un muro non sempre abbatte il muro e spesso fa male alla testa...
Nel 62, abbandonando la segreteria del MFE, decise di provare a battere una nuova via al federalismo: quella dell'apostolato del federalismo, (per una crescita culturale in tal senso generalizzata), attraverso numerosi saggi politici (molti pubblicati da "Il Mulino"), attraverso la ricerca del dialogo sistematico (con i politici di ogni tendenza) e il tentativo di ricavare il meglio che si potesse da quella CEE che per lui era un aborto ma, comunque, sempre meglio che niente (raddrizzandone, ove possibile, le storture; criticandone le funzioni, evidenziando le insite contraddizioni di dire di volere una casa "comune" mantenendo intoccabile la sovranità e quindi non rinunciando mai ad un briciolo di interesse nazionale in favore di un interesse collettivo europeo).

Il Galli della Loggia che se ne esce dicendo che Spinelli ha cavalcato il massimo potere in questa Europa (mostrando la convinzione che di "questa" Europa Spinelli fosse entusiasta) evidentemente non ha mai letto gli interventi di Spinelli in Commissione (da commissario) ed in Parlamento Europeo (da commissario prima e da parlamentare dopo). Eppure, sono stati raccolti e pubblicati. Non da Spinelli, ma da altri (ricorrendo ai testi "stenografati" dal vivo).
[Mica succede così a chiunque! La raccolta ha un sapore più letterario che politico: stupisce infatti la padronanza magistrale del lessico, la perfezione sintattica, lo stile appassionato con cui il relatore espone, la capacità di sviluppare con ordine e coerenza un preciso tema. Eppure si tratta più spesso di interventi ... a braccio piuttosto che di lettura di testo preparato ...]. Là si vede quanto sferzante è la critica di Spinelli alla CEE. Altro che "... il macigno della storia: Altiero Spinelli sedeva al massimo vertice dell’Europa reale...”. Questo modo di (dis)informare o è mancanza di conoscenza su ciò di cui si parla oppure è di una scorrettezza enorme.

Bandinelli ha il diritto di parlare dei federalisti e del Manifesto di Ventotene perché è stato federalista lui stesso negli anni d'oro del MFE e parla di ciò che ha conosciuto da vicino. Galli della Loggia no, perché mostra di non conoscere la sostanza di quello di cui vuol parlare: e lui non è l'uomo della strada!.
L'uomo della strada ha certo il permesso di sparare le opinioni che crede. Ma a chi monta in cattedra a fare il professore, il diritto di insegnarci ciò che non sa non glielo riconosco.

Ciao a tutti.

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#4 L   Erasmus 

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Postato 28 maggio 2006 - 14:05

Galli della Loggia ha rinnovato i suoi attacchi a "Ventotene", al federalismo di Spinelli e alla vocazione europea dell'Italia (ora rimessa in luce dal cambio di governo - con l'emblematica nomina di Tommaso Padoa-Schioppa a ministro dell'Economia – e con l'elezione di Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica). L'ha fatto in un articolo sul Corriere della Sera di venerdì scorso 26 maggio 2006 dal titolo "L'Italia ed il mito europeo" in cui, subdolamente, parte fingendo di apprezzare il comportamento di Napolitano (che già nel discorso di investitura al Parlamento ha messo in primo piano il rilancio del processo di integrazione europea menzionando esplicitamente Altiero Spinelli ed ha dedicato alla commemorazione di questo statista nell'isola di Ventotene la sua prima uscita ufficiale in qualità di Capo di Stato) per dilungarsi poi nel tentativo di demolire la credibilità e l'onestà intellettuale di Napolitano nonché il valore ed il significato del federalismo europeo e del suo testo"base" che è il "Manifesto di Ventotene".

Riporto di seguito l'articolo di Ernesto Galli della Loggia e poi tre "lettere al direttore" in reazione a tale articolo.

Buona lettura! :(

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Dal "Corriere della Sera", ven. 26 maggio 2006
VENTOTENE

di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

L’Italia e il Mito Europeo
di Ernesto Galli Della Loggia

A dispetto delle pretestuose critiche di Forza Italia e di Silvio Berlusconi - che ancora ieri lo ha bislaccamente rimproverato per il suo ottimismo sul futuro del governo Prodi (e che altro dovrebbe mai fare un presidente della Repubblica? Esprimere dubbi sulla tenuta del ministero?) - Giorgio Napolitano sembra aver compreso bene ciò che il Paese si aspetta da lui: la capacità di svolgere una funzione moderatrice e un ruolo di garanzia e di equilibrio. Di averlo compreso e di saperlo mettere in pratica. Non è un compito facile. Non è facile per un uomo politico, infatti, spogliarsi d’improvviso delle proprie idee per imporsi dall’oggi al domani una disciplina fatta di silenzi o di parole caute. Tanto più che la carica di capo dello Stato richiede sì equidistanza e capacità di essere al di sopra delle parti, ma è pur sempre una carica dai rilevantissimi contenuti politici, e che dunque implica opinioni politiche.

Si è aggiunto poi, specie nell’ultimo quindicennio, un problema ulteriore: che il presidente della Repubblica ha visto crescere a dismisura il suo ruolo di custode - ma inevitabilmente anche di autore in prima persona - di quella che potrebbe chiamarsi l’ideologia ufficiale della Repubblica. Cioè di quell’insieme di principi e di insegnamenti del passato, di norme non scritte, che sono venuti via via costituendo una sorta di obbligatorio senso comune, di obbligatoria tavola delle leggi, della nostra vita collettiva. Ho detto che si tratta di un problema perché per le forze politiche è naturalmente molto utile identificarsi con tale ideologia ufficiale della Repubblica, e accusare invece i propri avversari di discostarsene, o addirittura di non riconoscervisi. È il meccanismo collaudatissimo e conosciutissimo nelle vicende italiane della delegittimazione, a cui non pare vero, per mettersi in moto, di potersi far forte delle parole e delle idee della massima autorità dello Stato.

Al quale, quindi, sembra opportuno consigliare di essere molto cauto nell’estendere i confini dell’ideologia ufficiale della Repubblica, nell’ampliarla aggiungendovi nuovi segmenti di storia patria, nuovi principi politici, nuovi valori. In fondo la Costituzione, quale frutto dell’esperienza storica dell’antifascismo, con i suoi princìpi di democrazia liberale e di solidarietà sociale, credo che sia più che sufficiente alla bisogna: sta lì il significato etico-politico della nostra comunità nazionale, sono le sue parole che costituiscono il dettato civico che ognuno di noi è tenuto ad osservare, non dovrebbe esserci bisogno d’altro. Non dovrebbe esserci bisogno, non c’è bisogno, per esempio, di includere nell’ideologia ufficiale della Repubblica l’europeismo. Si può essere buoni cittadini, affezionati ai valori della democrazia e della Costituzione, e si ha diritto ad essere considerati da tutti come tali, anche se non si è pronti a giurare che l’avvenire dell’Italia è nell’Europa, ovvero che a Bruxelles si è costruito, o si sta costruendo, qualcosa di destinato a durare. Viene invece proprio questo sospetto - che ormai essere europeista (ed esserlo alla maniera che va per la maggiore) è un obbligo di ogni buon italiano - leggendo il primo discorso importante del presidente Napolitano dopo la sua elezione, pronunciato qualche giorno fa a Ventotene per l’anniversario della scomparsa di Altiero Spinelli, e dunque in ricordo del Manifesto federalista redatto nel 1941 da Spinelli medesimo insieme a Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, nell’isola dove erano tutti e tre confinati.

Nel discorso di Napolitano l’europeismo non è più un «ismo» come altri, non è più una pur importante scelta politica in cui egli da tempo si riconosce e che ha caratterizzato la vita di una persona a lui personalmente cara come Spinelli, non è più un insieme di politiche, alcune delle quali palesemente fallimentari: no, esso diviene uno standard storico-morale superiore, una sorta di obbligo di coscienza, «un dovere non eludibile» da parte di alcuno, come egli stesso dice, innanzi tutto da parte delle «forze della cultura». Inutile dire che nelle parole del presidente le «rivendicazioni dell’interesse nazionale» non in armonia con tale standard sono per definizione «illusorie e meschine», frutto di «una stanca tentazione di ripiegamento», e che mostrarsi scettici verso «il progetto europeo» è solo «sterile». Parole che tanto più colpiscono - non si può fare a meno di osservare - se infine si pensa che chi le ha pronunciate ha militato per lunghi anni, ed è stato dirigente autorevolissimo, in un partito come il Partito comunista, che verso la costruzione europea fu a lungo molto sospettoso e spesso e volentieri la combattè senza mezzi termini. Naturalmente per giustificare simili affermazioni è giocoforza ricorrere a un’enfasi argomentativa che si presta a più di qualche obiezione in punta di fatto. Definire ad esempio, come fa il nostro capo dello Stato, il Manifesto di Ventotene «forse la prova maggiore della creatività dell’antifascismo militante» appare alquanto fuori misura, se si pensa che tale creatività ha prodotto opere come Socialismo liberale di Carlo Rosselli, i Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, alcuni testi memorabili di Salvemini e qualcos’altro che in questo momento senz’altro dimentico. Ma tant’è: la necessità di utilizzare il passato per rivestire di motivazioni etico-ideologiche il presente spinge inevitabilmente a mettere in secondo piano la realtà del passato stesso, in questo caso la realtà letterale del Manifesto , ciò che in esso sta realmente scritto. O meglio a dimenticare e insieme trasfigurarne il testo, secondo una prospettiva che è tipica di tutte le operazioni apologetiche, per le quali, giustamente, conta solo il fine al quale si vuole che oggi quelle righe servano.

Poco conta dunque, come qualunque lettore può constatare facilmente, che il Manifesto si diffonda a lungo sul futuro socialista che dovrà stabilirsi sul continente europeo; che nell’annuncio di tale futuro, anzi, esso abbia un suo snodo fondamentale; poco conta che in esso non si mostri alcun apprezzamento per la democrazia politica quale la intendiamo noi e quale la intende la nostra Costituzione; poco conta che nelle sue pagine si arrivi addirittura a prospettare la inevitabile necessità di una rottura rivoluzionaria e di una dittatura al posto della «preventiva consacrazione da parte dell’ancora inesistente volontà popolare». Poco importa tutto ciò, perché la sola cosa che conta è costruire quello che con un termine di Sorel si potrebbe chiamare un «mito politico», il mito dell’europeismo come coronamento della democrazia.

Ma è compito del presidente della Repubblica, sia pure con le intenzioni più pure, costruire o alimentare «miti politici» da includere nell’ideologia ufficiale della Repubblica, i quali a loro volta sono destinati a venire a far parte dei parametri di legittimazione del suo sistema politico, cioè oggetto di scontro tra i partiti? Ognuno dia da sé la risposta.
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1.
«[...] di seguito un commento che ho inviato al Corriere della Sera, a
proposito di un articolo di Galli della Loggia sul "Manifesto di Ventotene" e l'europeismo in Italia.
Cordialmente
Guido Montani
»
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Pavia, 26 maggio 2006

Caro Direttore,

l’articolo di Galli della Loggia “L’Italia e il mito europeo”, riguardante la celebrazione del ventesimo anniversario della morte di Altiero Spinelli, organizzata dal Movimento Federalista Europeo a Ventotene, il 21 maggio, a cui ha partecipato il Presidente delle Repubblica, Giorgio Napolitiano, presenta in una luce ambigua e storicamente infondata il Manifesto di Ventotene. Il Movimento Federalista Europeo che, sulla base di quel Manifesto, è nato e dal quale continua a trarre ispirazione per la sua azione, intende precisare quanto segue.

Non è vero che nel Manifesto “non si mostri alcun apprezzamento per la democrazia politica quale la intendiamo noi e quale la intende la nostra Costituzione”. La rottura rivoluzionaria che si invoca nel Manifesto di Ventotene riguarda la necessità di superare la dimensione nazionale della vita politica dopo che gli Stati nazionali europei avevano causato lo scoppio di due guerre mondiali. La costruzione della democrazia non dipende solo dalla buona volontà dei partiti democratici, ma anche dal quadro internazionale in cui agiscono. La differenza tra l’Europa degli anni venti e l’Europa post-bellica è evidente. Se, dopo il 1945, l’Europa non fosse riuscita a unire i popoli nazionali in un sistema pacifico, la democrazia nazionale sarebbe stata in pericolo. In effetti, nel Manifesto è scritto che “se la lotta restasse domani ristretta nel tradizionale campo nazionale, sarebbe molto difficile sfuggire alle vecchie aporie.
E’ difficile, a distanza di tanti anni, non riconoscere la natura profetica di questa affermazione. L’Unione europea non è ancora una Federazione, ma ha almeno realizzato la pacificazione franco-tedesca e, via via,, quella dell’Europa intera. Senza un’Europa pacificata, anche la democrazia nazionale avrebbe rischiato di soccombere entro confini ristretti e soffocanti. In verità, il Manifesto di Ventotene deve essere considerato come uno dei pilastri intellettuali del pensiero democratico contemporaneo.

Il riferimento, nel Manifesto, al “movimento rivoluzionario” riguarda la necessità di suscitare un movimento di cittadini, come avanguardia di un’azione politica che i partiti nazionali non sanno ancora comprendere e realizzare. Questa battaglia va combattuta con gli strumenti della democrazia. Chi conosce la vita di Spinelli e l’attività del Movimento Federalista Europeo non può minimamente dubitare del carattere democratico della lotta federalista. Mentre Monnet ha saputo magistralmente convincere, con un’azione di vertice, i governi di Francia e Germania a lanciare il progetto della CECA, Spinelli ha sempre sostenuto la necessità della partecipazione popolare per costruire un’Europa federale, mediante una Assemblea costituente direttamente eletta o composta dai rappresentanti dei cittadini europei. I suoi due tentativi, quelli della Assemblea ad hoc, in occasione della CED, e il Trattato di Unione approvato dal Parlamento europeo nel 1984, non sono riusciti. Ma il MFE ha continuato la sua lotta rivendicando una Costituzione europea. Come è noto, questo progetto è oggi gravemente in crisi e non è detto che si riesca a rilanciarlo.

In conclusione, i federalisti europei sono orgogliosi del fatto che il Presidente Napolitiano sia venuto a Ventotene a celebrare la memoria di Altiero Spinelli. Siamo orgogliosi come italiani e come europei. Si fa un cattivo servizio all’Italia e all’Europa se si tenta di mettere in contrapposizione il lealismo nazionale con quello europeo. Le nazioni europee potranno sperimentare un rinnovamento democratico e civile solo se riusciranno a costruire un futuro comune, in uno Stato federale che abbia un governo capace di agire, per promuovere la pace, per favorire un ordine internazionale che riduca i divari tra popoli ricchi e poveri, per governare le sfide della globalizzazione dell’economia e per garantire uno sviluppo ecologicamente sostenibile al Pianeta. Questa ambiziosa visone politica l’Italia, da sola, non la può avere. Certamente non ce l’ha Galli della Loggia.

Guido Montani
Presidente del Movimento Federalista Europeo
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2.
«[...] dopo aver letto lo sconcertante editoriale di Ernesto Galli della Loggia ho
scritto anch'io a titolo personale al Corriere [...]

Daniele Nardi
»
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26 maggio 2006

Miti politici: chi è contro Ventotene

Caro Direttore,
Le scrivo da affezionato lettore per fare delle necessarie precisazioni all'articolo "L'Italia ed il mito europeo" di Ernesto Galli Della Loggia. Molte sono le superficialità se non gli errori contenuti nell'editoriale seguito alla visita del Presidente Napolitano a Ventotene in occasione del ventennale della morte di Spinelli.

Galli della Loggia parla di un'ipotetica assenza di democrazia politica nel Manifesto; ciò è falso e stupefacente a sentirsi: la lotta politica federalista, di cui Spinelli parla certo con toni accesi, avviene sempre nel rispetto della democrazia e mira a coinvolgere i cittadini, non certo a forgiare bolscevichi centralisti.

Galli Della Loggia, mi si permetta poi di dire, non conosce il Manifesto di Ventotene se lo identifica surrettiziamente con l'Europeismo. Il federalismo del Manifesto, come progetto di pace mondiale va ben oltre la moda europeista (allora di per sé rivoluzionaria), e come Galli della Loggia sa non è certo stato inventato dal solo Spinelli.

Non penso come Galli della Loggia che i miti politici siano solo specchietti per allodole retaggio dei populisti o di rivoltosi. Essi possono essere pericolosi, ma la riflessione dopo Kelsen ci ha insegnato che essi costituiscono una realtà pregiuridica essenziale, la condizione perché i cittadini si riconoscano in una collettività fondata su regole. La nostra costituzione è obbedita perché i cittadini si riconoscono in essa e nei suoi valori, in quanto provengono da una drammatica esperienza comune, assai concreta: la guerra e la resistenza. Questi dati fattuali assumono poi una dimensione “mitica” nel senso che sfogliando la Costituzione non si vede un coacervo di articoli di legge, ma le regole di convivenza scaturite dalla esperienza vissuta, regole necessarie e supremamente rispettate. I miti permettono di superare il formalismo e far vivere la Costituzione nelle persone.

Tuttavia, anche se lo stimato opinionista del Corriere critica tali miti, poi sceglie apertamente quali debbano essere quelli che fondano la nostra collettività, ed in base a criteri assai soggettivi. Resistenza sì, europeismo, no. Si da’così un'interpretazione della Costituzione e dei suoi principi alquanto angusta. Ma come, il Presidente Ciampi non si è forse sempre sforzato di sottolineare la continuità fra risorgimento, valori della resistenza ed europeismo? Tutta propaganda da Minculpop?
Mi sembra che Galli della Loggia non abbia proprio colto il senso della presenza di Napolitano a Ventotene. Il federalismo vede l'europeismo come tappa di un cammino di pace, e non come fine in sè, e la presenza del Presidente a Ventotene ha confermato che questo disegno di pace fa parte dei valori fondanti la convivenza civile in Italia.

Voglio ricordare in mio soccorso soltanto la politica di De Gasperi ed il suo impegno di per il progetto federale e federalista della CED, avvenuto proprio in quel duro dopoguerra quando i valori costituzionali erano "in rodaggio", ed ai quali si è immediatamente aggiunta la vocazione europea dell'Italia. Come fa Galli della Loggia a scrivere che l’europeismo è un “ismo” come gli altri? Dei valori fondanti italiani è uno dei pochi che sia passato indenne attraverso la guerra fredda e l’11 settembre…
Il fatto che la radice federalista sia stata annegata e confusa in Italia in un successivo europeismo mediocre e di pura facciata da parte di tanti politici è un altro problema, da combattere.

In questo momento in cui l’Unione Europea è identificata (soprattutto in Francia, ma anche in Italia) con arido liberismo ed economicismo, le parole di Napolitano sul Manifesto come “la prova maggiore della creatività dell’antifascismo militante” sono la secchiata d’acqua che spazza via lo stagnante europeismo facilone. Esse ribadiscono con profonda cognizione di causa il legame che esiste fra Resistenza ed unità europea come progetto di pace, sulla via del federalismo. Danno la dignità che l’europeismo politico si merita e che è stata dimenticata nel mare dell’euroentusiamo dozzinale. Non solo: mi si permetta di chiedere quale opera è rimasta più attuale politicamente, e non culturalmente: “I quaderni del Carcere” di Gramsci e la loro coerente ortodossia comunista od il rozzo Manifesto di Ventotene, opera che per tanti versi presagisce la globalizzazione ed i suoi problemi?
Il Manifesto non può poi essere letto astraendo dal suo contesto di guerra, del fatto che sia stato scritto da persone giovani private della libertà (e che poi ne hanno riconosciuto apertamente i limiti). Come si fa quindi a scrivere sul Corriere che Spinelli auspicava una qualsiasi dittatura? Come si può prescindere dalla parabola politica di Spinelli - e di Napolitano - che sono le figure più atipiche di comunisti e che tanti problemi hanno avuto nel partito per via dell’impegno federalista?

Il palazzo del Parlamento Europeo a Bruxelles, sede della più democratica delle istituzioni dell’UE, porta veramente il nome di un massimalista della lotta proletaria?
O a Bruxelles non conoscono bene Altiero Spinelli?

Mi sembra che, esattamente quando si tenta di andare giustamente più a fondo di un generico europeismo buonista (pure presente in Italia), emerge tuttavia qualche allarmante buco nero anche nelle voci più ascoltate del dibattito politico italiano. O forse, certi revisionismi vengono considerati chic ed originali…

Cordiali saluti,
Daniele Nardi. (*)
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(*) [Nota di Erasmus] Di Daniele Nardi altro non so se non che è un iscritto alla mailing-list del MFE
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3.
«[...] ieri ho preso in mano la penna, cosa che mi capita di rado. [...]
... ho voluto confutare le tesi dell'editorialista del "Corriere della sera" con una "lettera al Direttore". [...]

Lucio Levi
»
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Torino, 27 maggio 2006

Caro Direttore,

"L'Italia non ha bisogno di un mito europeista" è il titolo dell'articolo con cui Ernesto Galli della Loggia contesta il discorso pronunciato a Ventotene dal Presidente Napolitano, il quale ha sostenuto la tesi che non c'è avvenire per l'Italia fuori dell'unità europea. Egli afferma che la statura intellettuale degli autori del Manifesto di Ventotene non può essere paragonata con quella di Carlo Rosselli, Gramsci e Salvemini, che il documento appartiene nella sostanza al filone socialista, che non vi si trova alcun apprezzamento per la democrazia politica.

Ciò che sfugge a Galli della Loggia è che il Manifesto si distingue dalle altre opere politiche del suo tempo per avere saputo vedere, al di là delle apparenze, la direzione che la storia avrebbe imboccato dopo la guerra e nell'avere formulato questo giudizio storico nel momento (1941) in cui le bandiere con la croce uncinata sventolavano su tutto il continente e l'avanzata di Hitler sembrava inarrestabile. Certo, alla fine della guerra non si aprì una crisi rivoluzionaria, come previsto dal Manifesto. Grazie alla subordinazione alle due superpotenze, l'Europa ha sperimentato una stabilità politica che non conosceva dal Medioevo. Chi vuole screditare il Manifesto denunciando questo errore di previsione ignora deliberatamente, come fa Galli della Loggia, che, nel contesto internazionale della guerra fredda e della subordinazione agli Stati Uniti, l'Europa occidentale ha avviato un processo di unificazione graduale che, pur restando tuttora incompiuto, si è sviluppato nel solco della previsione formulata nel Manifesto.

Ancora più sconcertante è quanto Galli della Loggia scrive proposito della democrazia. Non è vero che il Manifesto non dia rilievo a questo tema. A differenza della letteratura antifascista, esso identifica la radice profonda della crisi della democrazia in Europa e indica la via per la sua rinascita. "Lo Stato nazionale è il fondamentale nemico della libertà e della democrazia" ha instancabilmente ripetuto Spinelli lungo il corso di tutta la sua vita. Se infatti la democrazia resta nazionale, essa è condannata a affrontare problemi di second'ordine, perché le questioni di fondo dalle quali dipende il nostro avvenire hanno assunto dimensioni internazionali.

Inoltre nel Manifesto si denuncia un'illusione caratteristica del pensiero democratico, secondo la quale "l'instaurazione, nell'ambito di ciascun paese, del regime da esso propugnato condurrebbe . a una unione di popoli anche nel campo economico e politico". L'esperienza storica mostra che anche le relazioni tra Stati democratici conoscono tensioni e antagonismi. Questo avviene anche tra Stati socialisti. Secondo Spinelli, qualsiasi riforma in senso democratico o socialista non può avere una buona soluzione negli Stati nazionali, perché questi sono superati da processi di dimensioni internazionali. Oggi all'unificazione europea si è aggiunta la globalizzazione, che aggrava il deficit democratico delle istituzioni nazionali.

Il significato profondo dell'unità europea consiste nel tentativo di estendere la partecipazione politica e il controllo democratico dal piano nazionale a quello internazionale. E' questo l'unico modo per contrastare il progressivo declino della democrazia. La creazione di istituzioni democratiche europee rappresenta la via maestra per consentire ai popoli di ridiventare padroni del loro destino. Questa è la priorità politica che distingue il Manifesto di Ventotene dalla letteratura antifascista.

L'Unione europea non è un mito, ma una realtà, anche se è una realtà incompleta. Essa rappresenta la più grande innovazione politica del secolo scorso. Ad essa dobbiamo la pace, che, dopo secoli di guerre sanguinose, è diventata un'acquisizione irreversibile tra i suoi Stati membri. La coscienza del carattere europeo dello scontro tra le forze del progresso e quelle della conservazione, che era propria di una decina di confinati a Ventotene, si è estesa progressivamente nel dopoguerra. Un numero crescente di forze politiche, un tempo contrarie all'unità europea, ha finito con l'accettarla e sostenerla: i socialisti, i comunisti, i verdi e persino una parte dei neo-fascisti.

Certo, l'unificazione europea non è immune da battute di arresto o da regressioni. Ne è un esempio il quinquennio del governo guidato da Berlusconi, che si distingue da tutti quelli che lo hanno preceduto per avere abbandonato la priorità dell'obiettivo europeo. Ma ora è giunto il momento che l'Italia assuma di nuovo "posizioni chiare e iniziative forti" per dare all'Europa "un ordinamento costituzionale". Sono le parole con le quali il Presidente Napolitano ha inaugurato il suo settennato recandosi a Ventotene il 21 maggio. C'è da augurarsi che questo gesto simbolico carico di significato politico possa essere il preludio di una svolta nella politica europea dell'Italia.

Ma dobbiamo rammaricarci che ci siano ancora intellettuali come Galli della Loggia, che dovrebbero illuminare l'opinione pubblica, e invece continuano a guardare al passato. Pervicacemente attaccati al mito dello Stato nazionale, sono abbagliati dalle luci del tramonto di questa gloriosa formazione politica che non ha più avvenire.

Lucio Levi (*)
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(*) [Nota di Erasmus] Lucio Levi, professore ordinario presso il Dipartimento di Studi Politici dell'Università di Torino, è autore di volumi e numerosi saggi di politica internazionale e di storia politica. Dirige la rivista (in inglese) The Federalist Debate, organo del World Federalist Movement
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Ciao a tutti.

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#5 L   Erasmus 

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Postato 04 giugno 2006 - 12:16

Tra le “risposte” all’articolo «L'Italia e il mito europeo» di Galli della Loggia, c’è anche quella di Emma Bonino, Ministro per le Politiche Comunitarie. E’ stata pubblicata dallo stesso Corriere giovedì scorso 1° giugno 2006. Ora sta anche nel sito personale di Emma Bonino:
=>http://www.emmabonino.it/news/3980
In questa risposta, Emma Bonino dice tante cose, anche non molto attente ai punti deboli dell’articolo di Galli della Loggia (cui la Bonino, sostanzialmente esprime stima). Secondo me, ne risulta una Bonino peggiore di quella del discorso a Ventotene.

La trascrivo.

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EUROPA IN CRISI, ORA SERVE UN VERO GOVERNO
Il Corriere della Sera - 1 giugno 2006

di Emma Bonino

Vorrei tornare sulla questione del futuro dell'Europa, sollevata da Ernesto Galli della Loggia («L'Italia e il mito europeo», Corriere del 26 maggio), partendo da un piano pragmatico, anche per aderire alle sue sollecitazioni ad abbandonare miti ed utopie ormai, secondo lui, fuori tempo. È innegabile che, con il prolungamento di almeno un altro anno della «pausa di riflessione», è stato tirato il freno alle grandi architetture istituzionali; altrettanto vero, però, è che alcuni Stati membri, e noi dovremmo essere tra questi, intendono dare effettivo contenuto alla riflessione. Per contrastare l'inazione, tuttavia, credo sia essenziale promuovere un genuino «dibattito di società», che vada dal Parlamento europeo e dai Parlamenti nazionali fino ad un coinvolgimento popolare. Nel frattempo, occorre continuare a lavorare con determinazione in quei settori che possono abbattere le barriere all'integrazione dei cittadini europei. In particolare, penso alla strategia di Lisbona per il rilancio della crescita e dell'occupazione, con particolare enfasi sulla ricerca e l'innovazione, all'attuazione di una vera politica energetica, all'allargamento del progetto comunitario e sui confini della «frontiera esterna» dell'Unione.
Quest'ultima strada apre la porta a sviluppi politicamente significativi, che inducono a non abbandonarci alle recriminazioni e allo sconforto. Sono certa che questo fosse l'auspicio scaturito dalle celebrazioni di Ventotene nel ventesimo anniversario della morte di Altiero Spinelli.
Penso di averlo colto anche nelle parole del capo dello Stato. Che sia un «postcomunista» ad averle pronunciate non è che l'ulteriore testimonianza della bontà di un processo faticoso, seminato di errori e di inadeguatezze, che ha però consenlito maturazionì e riposizionamenti importanti e irreversibili, senza i quali non saremmo al punto dove siamo. E' questo uno dei modi con cui la democrazia si radica e si espande. Perché dolersene?
Il mezzo secolo trascorso ha anche affinato il senso del Manifesto spinelliano. Si è progressivamente consolidato il suo nucleo essenziale - l'insistenza sulla questione istituzionale - mentre sono cadute quelle dettate dalla lotta antifascista con i suoi linguaggi, i suoi riti e miti oggi non più pertinenti. Per quanto ci si sia sforzati intorno ad altre soluzioni, il nocciolo centrale, l'idea cioè della necessità di un governo federale per l'Unione, non è stato minimamente scalfito. E non poteva esserlo, perché esso coglieva e in questo sta, secondo me, il grandissimo, insuperato valore creativo di quel testo un dato che ogni studioso del fenomeno politico deve ben conoscere: non puo esserci un «soggetto politico» che non sia caratterizzato dall'indicazione, limpida e inequivocabile, su chi abbia la responsabilità di decidere delle sue scelte. Se questa indicazione manca, ci si trova di fronte ad un corpo con molte braccia e gambe ma senza testa. E non vi è dubbio che, di fronte alla divisione di competenze tra varie istituzioni che oggi si pestano reciprocamente i piedi ai vertici dell'Unione, manca lo strumento prtmario attraverso il quale essa possa esprimere la «sua» politica: un vero Governo europeo. Credo che anche Galli della Loggia possa convenire su questo. Anzi, ne sono sicura. E lui ad avere scritto, il 20 novembre scorso, che «la costruzione di un'entità politica sovra o multinazionale di peso continentale è la sola speranza per gli europei di avere un futuro non irrilevante e non subalterno». Non si tratta dunque di tributare un omaggio formale a Spinelli o di fare un retorico feticcio del suo Manifesto, ma di perseguire un obiettivo che in definitiva, nel pluridecennale operato dei federalisti e in quelle parole di Galli della Loggia, ha tratti pressoché identici.
Un'uItima considerazione. Per quell'approccio istituzionale che ne forma l'ossatura portante, ho proposto che il Manifesto sia tradotto in arabo. Penso che in Medio Oriente sia più che mai necessaria una forte sollecitazione a superare le lotte tra etnie, fazioni o appartenenze religiose. Una riflessione sulia portata di un modello federale sarebbe quanto mai necessaria, partendo dall'Iraq diviso da tre culture e storie fino ad oggi scarsamente permeabili al dialogo reciproco. Purtroppo in quell'area, mentre sta pericolosamente avanzando l'uno o l'altro fondamentalismo, hanno avuto finora la meglio o il modello unanimistico della Lega Araba o quello di tipo nazionale, di importazione francese ed europea, come è il movimento baathista. E un modello in crisi da noi, perché insistervi ancora? Il federalismo è un sistema politico-istituzionale di grande funzionalità e di schietta impronta liberale. Deve essere, per i democratici, il modello da sostenere.
Quando, nel 1986, al Parlamento europeo, Marco Pannella cedette il proprio tempo di paìola nel dibattito sull' Atto Unico ad Altiero Spinelli, al quale il suo gruppo non lo aveva concesso, faceva un atto di fiducia e di speranza nella lotta per l'Europa di Ventotene. In modo indiretto ma eloquente, auspicava il formarsi di una classe politica di respiro europeo. Forse una tale classe politica non c'è ancora. Ma è alla sua formazione che dobbiamo puntare, nell'immediato del lavoro quotidiano come nella prefigurazione di obbiettivi che esprimano, come dice Galli della Loggia, un «salto qualitativo di volontà e di decisione politica».
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Ciao a tutti

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#6 L   Erasmus 

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Postato 04 giugno 2006 - 13:09

La risposta della Bonino a Galli della Loggia non è piaciuta a certi federalisti DOC !
Uno di questi, in una e.mail alla mailing list "[Forum MFE-GFE] mfe@yahoogroups.com" scrive:
"Credo che vada fatta una riflessione sul fatto che tra tante lettere
di protesta inviate da molti federalisti al Corriere, il Corriere ha
ritenuto opportuno dare spazio solo a Emma Bonino, che federalista non è.
"


Un altro ha inviato alla Bonino una puntigliosa "risposta" personale alla sua lettera al Corriere.
La trascrivo qui sotto.

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Gentile signor Ministro Bonino,

se le considerazioni di Galli della Loggia sul Manifesto di Ventotene avevano suscitato in me, e in molti altri federalisti, una consapevole indignazione, la risposata da Lei abbozzata sul CorSera, mi lascia esterrefatto.

Tralasciando le sue considerazioni che accomunano in un unico cammino i federalisti e i Galli della Loggia, cosa di cui nessuno aveva avuto sin ora evidenza alcuna, Ella sostiene che il nocciolo centrale del Manifesto, epurato dallo spirito antifascista d’epoca, è “la necessita del governo federale per l’Unione”.

Ad una prima lettura di tale affermazione rimango perplesso. Qualcosa inizia a non tornarmi. Non ricordo che il Manifesto articoli considerazioni particolari sul governo federale. Il nocciolo centrale del Manifesto non è un nuovo contratto sociale che, superando il dogma della sovranità assoluta e dello stato-nazione, trovi nello stato federale lo strumento istituzionale e giuridico per la creazione di un’Europa libera e unita? Non sarà che la memoria mi fa difetto?
Riprendo la mia copia del Manifesto edita da Il Mulino nel ’91. Rileggo voracemente la prefazione di Bobbio, ma nulla. Provo a sfogliare rapidamente il testo, ancora nulla. Qualcosa mi sfugge? Utilizzo il "trova" su una versione word del Manifesto. Scrivo “governo federale dell’Unione”. Nulla. Forse Unione è una libera aggiunta in spirito modernista. Riprovo con “governo federale”. Ancora nulla. Nel Manifesto non vi è traccia alcuna ne del concetto ne della sua supposta rilevanza e centralità. Provo solo con “governo”. La parola è citata solo due volte. La prima nel paragrafo “La Crisi della civiltà moderna” – ma si parla del governo nei sistemi liberal-democratici – ed un seconda volta nel paragrafo “Compiti del dopoguerra. L’Unità europea”, dove si fa cenno a "governo dispotico" e principio di non intervento nella Società delle Nazioni.

No, signor Ministro. Il nocciolo centrale del Manifesto evidentemente al momento le sfugge, probabilmente per abile senso di opportunità politica. Eppure sostenere, come fa il Manifesto, la necessità della fondazione dello stato federale (*), ci aiuterebbe a distinguere gli amici dai nemici dell’Europa, i federalisti dagli europeisti alla Galli della Loggia, i progressisti dai reazionari (altro concetto cardine del Manifesto). Voglio solo sperare che in attesa della versione in lingua araba che intende far editare, si creino le condizioni politiche che Le consentiranno di centrare, con un minor margine di approssimazione, il nocciolo del testo e lo spirito originario della proposta federalista.

Con viva cordialità
(Nome e Cognome del mittente)

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(*) “... occorre fin d'ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far sorgere il nuovo organismo, che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa; per costituire un largo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali, spazzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari, abbia gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni, dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli Stati stessi l'autonomia che consente una plastica articolazione e lo sviluppo della vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli.”
Altiero Spinell, “Il Manifesto di Ventotene”, Bologna, Il Mulino 1991, p. 50

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