mi scuso con revlon per la tristezza delle mie parole e per quello che leggerete, ma per me è importante e terapeutico scrivere, per cercare di non stare troppo male e, ad un mese da quello che è accaduto, mi fa piacere comunque riuscire a lasciare qui un pezzo di vita. La mia.
a te.
Te ne sei andata in una settimana di maggio estivo, quando l'aria sembrava ferma e la primavera ormai prematuramente assopita. Vegliavamo le lunghe ore della tua agonia, assaggiando i minuti silenziosi di una stagione inclemente, aspettando la tua partenza, asciugando il tuo sudore.
Te ne sei andata senza salutare, chiudendo la porta alla vita e a tua figlia, arresa ad un'evidenza incredula e scontata per quel tuo male che ti ha strappato al mondo senza possibilità di sconti.
Da piccole avevamo spesso immaginato il giorno in cui entrambi avremmo potuto portare a spasso i nostri figli insieme.
Poi è nata Martina e la tua vita è cambiata.
Io studente universitario, pensavo che il mondo potesse fermarsi ad un esame, mentre tu cambiavi pannolini e amavi il tuo compagno come fosse l'unica persona al mondo. Eravamo già lontane quando vidi per la prima volta la tua bambina, ma non volevo arrendermi perché ti amavo, ti amavo da quando eravamo nella culla e per me eri tutta la mia infanzia, tutta la mia giovinezza, tutto quel mondo di cui non facevi più parte ma nel quale io ti includevo sempre.
Se chiudo gli occhi ricordo il giorno in cui mi insegnasti a mangiare i popcorn con il burro e a rubare i biscotti dal magazzino del negozio di tuo padre.
Mi hai detto tu che babbo natale non esisteva, perché avevi trovato i tuoi regali chiusi in un armadio. Tu mi hai riempito i diari di cazzate e mi hai pregato di passarti i compiti di matematica, perché non c'era un giorno in cui non si studiava insieme. Ricordo la tua stanza, la cura con cui tua madre l'aveva arredata: io adoravo tua madre, amavo il suo senso estetico, la sua abilità manuale, la sua delicatezza nell'essere così donna, mentre nei tuoi occhi non leggevo che disprezzo. Ma eri un adolescente e amavi le moto, i jeans stretti e gli zainetti invece che le borse. Ti ho lasciata così, nel ricordo della nostra adolescenza, quando mi sono arresa all'evidenza che non c'era più posto per me nella tua testa. Non c'eri alla mia laurea, non c'eri ad asciugare le mie lacrime per i miei amori, non c'eri quando ho costruito la mia casa, non c'eri al mio matrimonio, non c'eri. Eppure eri lì. Ero arrabbiata con te. Non capivo.
Poi ti ho rivisto.
Eri magra magra. Lo sguardo assente, i tuoi occhi altrove. Mi raccontasti di esserti sposata due mesi dopo di me con il padre di tua figlia. - come è diventata Marti? È bella come te? Ti somiglia? tre anni, dio…come sono passati gli anni. E il tuo vestito Pami, com'era? Eri contenta? Sei felice Pami?- non dimenticherò mai quegli occhi vuoti, che io al momento interpretai come un non gradire la mia presenza. Te ne parlai in seguito, quanto piansi poi.
E invece eri appena uscita da un ospedale dove avevano firmato la tua condanna a morte.
Dopo un mese tua mamma morì di leucemia.
I suoi funerali mi straziarono, perché era per me una seconda mamma, mi disperai, mi stracciai vestiti e capelli, poi ti vidi e il tuo sguardo era fermo e deciso. I tuoi capelli appena tagliati, il tuo corpo esile, ti sorreggevi a lui per non cadere, ma rimanevi immobile, assente.
Allora capii.
Ho ricevuto la tua prima telefonata, il giorno dopo.
Non ci siamo più lasciate.
E' stato un anno difficile, il tuo non voler parlare della malattia mi destabilizzava, ora ho capito che ero io che non volevo soffrire. Ti mandavo prima un sms per sapere i risultati della tac, poi ti chiamavo, cercando di interpretare i tuoi umori, dicevo che non volevo angosciarti parlandone, invece ero io che non volevo accettare quello che accadeva.
Un mese dopo ho conosciuto tua figlia, dopo quattro anni dalla sua nascita, e ho pianto. Perché è uguale a te. E ora sorrido perché in lei ora posso ancora rivederti.
Ed è passato ferragosto, natale e pasqua. Regali, incontri e pomeriggi di tè con i biscotti, come quello in cui ti ho visto per l'ultima volta. Eri rannicchiata sul divano, fingendo di mangiare per non darla vinta ad una chemio stronza che ti lascia in bocca quel sapore assente. Piccola e magra, gli occhi tristi, mi hai detto: -passerà. In qualche modo passerà- e mi hai lasciato sola Pami.
Mi hai lasciato.
Te ne sei andata la notte in cui nasceva la mia prima nipote.
Perchè così è la vita. Io sapevo da tempo che questo sarebbe accaduto e mi preparavo in quei giorni. Non sono venuta da te in ospedale perché hai fatto sapere che non volevi vedere nessuno, e poi quando ti hanno addormentato non mi sembrava giusto violare l'intimità di quei momenti per soddisfare il mio egoismo di non volerti dire addio rivedendoti ancora una volta. E allora ti ho salutato dentro di me. Ho parlato con te in quei giorni e ho capito tutto quello che mi era sfuggito in questi anni. Non ti ho mai lasciato Pami, non un minuto, non c'è stata giorno in cui non fossi con me.
Non una lacrima al tuo funerale. Te lo avevo promesso, come te, ai funerali della tua mamma.
-manca tanto sai?- mi dicevi – a volte solo per chiederle se la tenda della finestra l'ho cucita bene – e allora capivo che ti avevo ritrovato donna, come lei.
Non una lacrima per dirci addio.
Mi basta chiudere gli occhi e immaginare la tua pelle bianca piena di lentiggini, le labbra sottili, il tuo corpo rotondo, i fianchi larghi, la tua mania di mangiarti le unghie, i tuoi capelli sottili e biondi. Invidiavo la tua bellezza e i tuoi fidanzati, non amavo quella tua passione per il moto GP e per le scarpe da ginnastica. Volevo fossi orgogliosa di me ma non mi hai mai chiesto perché sono diventata un architetto dopo le scuole che avevamo fatto insieme. Però impazzisco ora, perché ho perso tempo a farmi domande senza agire e te le faccio ora, perché so che non mi lascerai mai più.
Finchè non troverò il significato della tua esistenza.
Modificato da anais - 06 giugno 2009 - 10:08