Spazioforum: A.A.A: "Manifesto di Ventotene" - Spazioforum

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A.A.A: "Manifesto di Ventotene"
la prima parte di quattro...
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#1 L   Erasmus 

  • Forum *Unione Europea*
  • Gruppo: Erasmus
  • Post: 3.986
  • Iscritto: 18 dicembre 2001

Postato 29 agosto 2002 - 21:53


••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••
:(
Avete votato nel mini-referendum sulla "Costituzione Federale Europea"?
Che sondaggio è se ci sono solo 15 voti?
Dai! per favore: andate a votare e ... invitate gli amici ad andare a votare!
==>"Costituzione Federale Europea; SI’ o NO?"
Ciao.
••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••





Carissimi amici di Spazioforum,
seguendo un invito di Robinson (Alfo), verrà pubblicato in questo
thread il “Manifesto di Ventotene” (di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi).

Si tratta dello storico documento che diede inizio all’impegno politico “militante” di conseguire la federazione europea come premessa alla vera pace (in Europa e nel mondo) e al superamento del “principio nazionale” dello “Stato sovrano ed indipendente”, ossia dell’anarchia internazionale foriera di lotta per l’egemonia e anche della degenerazione dello Stato Nazionale in Stato totalitario fascista.

Il “Manifesto” è stato scritto nel ‘41 nell’Isola di Ventotene dove Spinelli (“naufrago” dall’ideologia marxista-leninista) e Rossi (di formazione liberale e militante di “giustizia e libertà”) erano deportati come anti-fascisti. Il documento raggiunse la “Resistenza” nella clandestinità tramite Ursula Hirschmann, moglie di Eugenio Colorni (socialista là deportato in quanto ebreo) il quale, pur non avendo scritto un rigo del “Manifesto”, aveva collaborato con Spinelli e Rossi nella messa a punto delle tesi contenute nel documento.

Il documento consta di 4 parti. Pubblico ora la prima. Si tratta di una analisi introdurttiva che mette a fuoco la situazione e analizza le cause socio-politiche che hanno portato l’Europa all’auto-distruzione nella 2ª guerra mondiale.

Le successive tre parti verranno pubblicate ad una settimana una dall’altra.
Invito chiunque a partecipare ... strenuamente al dibattito su ciascuna parte. Infatti, nonostante che il documento sia stato scritto 61 anni fa e da due confinati tagliati fuori dal mondo, è sorprendente la lucidità dell’analisi e il perdurare dell’attualità dei contenuti.

Intanto, non sarà male se ciascuno si leggerà in anticipo anche le successive tre parti copiando l’intero documento (di poche pagine) che si trova in rete in diversi siti. Segnalo quello del «Movimento Federalista Europeo» che lo presenta alla pagina =>Manifesto di Ventotene.

Buona lettura e... preparatevi a discutere e commentare.
[Robinson: Memento repromissionis tuae!]


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Erasmus
«NO a nuovi trattati intergovernativi!»
«SI' alla "Costituzione Europea", federale, democratica, trasparente!»


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Altiero Spinelli e Ernesto Rossi

Il Manifesto di Ventotene
Per un'Europa libera e unita



I - La crisi della civiltà moderna

La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l'uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si è venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della vita sociale che non lo rispettino:

1. Si è affermato l'eguale diritto a tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. Ogni popolo, individuato nelle sue caratteristiche etniche geografiche linguistiche e storiche, doveva trovare nell'organismo statale, creato per proprio conto secondo la sua particolare concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore ai suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo.

L'ideologia dell'indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di più vasta solidarietà contro l'oppressione degli stranieri dominatori; ha eliminato molti degli inciampi che ostacolavano la circolazione degli uomini e delle merci; ha fatto estendere, dentro il territorio di ciascun nuovo stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili. Essa portava però in sé i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali.

La nazione non è più ora considerata come lo storico prodotto della convivenza degli uomini, che, pervenuti, grazie ad un lungo processo, ad una maggiore uniformità di costumi e di aspirazioni, trovano nel loro stato la forma più efficace per organizzare la vita collettiva entro il quadro di tutta la società umana. E' invece divenuta un'entità divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri possono risentirne. La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera suo "spazio vitale" territori sempre più vasti che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza senza dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell'egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti.

In conseguenza lo stato, da tutelatore della libertà dei cittadini, si è trasformato in padrone di sudditi, tenuti a servirlo con tutte le facoltà per rendere massima l'efficenza bellica. Anche nei periodi di pace, considerati come soste per la preparazione alle inevitabili guerre successive, la volontà dei ceti militari predomina ormai, in molti paesi, su quella dei ceti civili, rendendo sempre più difficile il funzionamento di ordinamenti politici liberi; la scuola, la scienza, la produzione, l'organismo amministrativo sono principalmente diretti ad aumentare il potenziale bellico; le madri vengono considerate come fattrici di soldati, ed in conseguenza premiate con gli stessi criteri con i quali alle mostre si premiano le bestie prolifiche; i bambini vengono educati fin dalla più tenera età al mestiere delle armi e all'odio per gli stranieri; le libertà individuali si riducono a nulla dal momento che tutti sono militarizzati e continuamente chiamati a prestar servizio militare; le guerre a ripetizione costringono ad abbandonare la famiglia, l'impiego, gli averi ed a sacrificare la vita stessa per obiettivi di cui nessuno capisce veramente il valore, ed in poche giornate distruggono i risultati di decenni di sforzi compiuti per aumentare il benessere collettivo. Gli stati totalitari sono quelli che hanno realizzato nel modo più coerente la unificazione di tutte le forze, attuando il massimo di accentramento e di autarchia, e si sono perciò dimostrati gli organismi più adatti all'odierno ambiente internazionale. Basta che una nazione faccia un passo più avanti verso un più accentuato totalitarismo, perché sia seguita dalle altre nazioni, trascinate nello stesso solco dalla volontà di sopravvivere.

2. Si è affermato l'uguale diritto per i cittadini alla formazione della volontà dello stato. Questa doveva così risultare la sintesi delle mutevoli esigenze economiche e ideologiche di tutte le categorie sociali liberamente espresse. Tale organizzazione politica ha permesso di correggere, o almeno di attenuare, molte delle più stridenti ingiustizie ereditarie dai regimi passati. Ma la libertà di stampa e di associazione e la progressiva estensione del suffragio rendevano sempre più difficile la difesa dei vecchi privilegi mantenendo il sistema rappresentativo. I nullatenenti a poco a poco imparavano a servirsi di questi istrumenti per dare l'assalto ai diritti acquisiti dalle classi abbienti; le imposte speciali sui redditi non guadagnati e sulle successioni, le aliquote progressive sulle maggiori fortune, le esenzioni dei redditi minimi, e dei beni di prima necessità, la gratuità della scuola pubblica, l'aumento delle spese di assistenza e di previdenza sociale, le riforme agrarie, il controllo delle fabbriche, minacciavano i ceti privilegiati nelle loro più fortificate cittadelle.

Anche i ceti privilegiati che avevano consentito all'uguaglianza dei diritti politici non potevano ammettere che le classi diseredate se ne valessero per cercare di realizzare quell'uguaglianza di fatto che avrebbe dato a tali diritti un contenuto concreto di effettiva libertà. Quando, dopo la fine della prima guerra mondiale, la minaccia divenne troppo forte, fu naturale che tali ceti applaudissero calorosamente ed appoggiassero le instaurazioni delle dittature che toglievano le armi legali di mano ai loro avversari. D'altra parte la formazione di giganteschi complessi industriali e bancari e di sindacati riunenti sotto un'unica direzione interi eserciti di lavoratori, sindacati e complessi che premevano sul governo per ottenere la politica più rispondente ai loro particolari interessi, minacciava di dissolvere lo stato stesso in tante baronie economiche in acerba lotta tra loro. Gli ordinamenti democratico liberali, divenendo lo strumento di cui questi gruppi si valevano per meglio sfruttare l'intera collettività, perdevano sempre più il loro prestigio, e così si diffondeva la convinzione che solamente lo stato totalitario, abolendo la libertà popolare, potesse in qualche modo risolvere i conflitti di interessi che le istituzioni politiche esistenti non riuscivano più a contenere.

Di fatto poi i regimi totalitari hanno consolidato in complesso la posizione delle varie categorie sociali nei punti volta a volta raggiunti, ed hanno precluso, col controllo poliziesco di tutta la vita dei cittadini e con la violenta eliminazione dei dissenzienti, ogni possibilità legale di correzione dello stato di cose vigente. Si è così assicurata l'esistenza del ceto assolutamente parassitario dei proprietari terrieri assenteisti, e dei redditieri che contribuiscono alla produzione sociale solo col tagliare le cedole dei loro titoli, dei ceti monopolistici e delle società a catena che sfruttano i consumatori e fanno volatilizzare i denari dei piccoli risparmiatori, dei plutocrati, che, nascosti dietro le quinte, tirano i fili degli uomini politici, per dirigere tutta la macchina dello stato a proprio esclusivo vantaggio, sotto l'apparenza del perseguimento dei superiori interessi nazionali. Sono conservate le colossali fortune di pochi e la miseria delle grandi masse, escluse dalle possibilità di godere i frutti delle moderna cultura. E' salvato, nelle sue linee sostanziali, un regime economico in cui le risorse materiali e le forze di lavoro, che dovrebbero essere rivolte a soddisfare i bisogni fondamentali per lo sviluppo delle energie vitali umane, vengono invece indirizzate alla soddisfazione dei desideri più futili di coloro che sono in grado di pagare i prezzi più alti; un regime economico in cui, col diritto di successione, la potenza del denaro si perpetua nello stesso ceto, trasformandosi in un privilegio senza alcuna corrispondenza al valore sociale dei servizi effettivamente prestati, e il campo delle alternative ai proletari resta così ridotto che per vivere sono costretti a lasciarsi sfruttare da chi offra loro una qualsiasi possibilità d'impiego.

Per tenere immobilizzate e sottomesse le classi operaie, i sindacati sono stati trasformati, da liberi organismi di lotta, diretti da individui che godevano la fiducia degli associati, in organi di sorveglianza poliziesca, sotto la direzione di impiegati scelti dal gruppo governante e ad esso solo responsabili. Se qualche correzione viene fatta a un tale regime economico, è sempre solo dettata dalle esigenze del militarismo, che hanno confluito con le reazionarie aspirazioni dei ceti privilegiati nel far sorgere e consolidare gli stati totalitari.

3. Contro il dogmatismo autoritario si è affermato il valore permanente dello spirito critico. Tutto quello che veniva asserito doveva dare ragione di sé o scomparire. Alla metodicità di questo spregiudicato atteggiamento sono dovute le maggiori conquiste della nostra società in ogni campo.

Ma questa libertà spirituale non ha resistito alla crisi che ha fatto sorgere gli stati totalitari. Nuovi dogmi da accettare per fede o da accettare ipocritamente, si stanno accampando in tutte le scienze. Quantunque nessuno sappia che cosa sia una razza e le più elementari nozioni storiche ne facciano risultare l'assurdità, si esige dai fisiologi di credere di mostrare e convincere che si appartiene ad una razza eletta, solo perché l'imperialismo ha bisogno di questo mito per esaltare nelle masse l'odio e l'orgoglio. I più evidenti concetti della scienza economica debbono essere considerati anatema per presentare la politica autarchica, gli scambi bilanciati e gli altri ferravecchi del mercantilismo, come straordinarie scoperte dei nostri tempi. A causa della interdipendenza economica di tutte le parti del mondo, spazio vitale per ogni popolo che voglia conservare il livello di vita corrispondente alla civiltà moderna, è tutto il globo; ma si è creata la pseudo scienza della geopolitica che vuol dimostrare la consistenza della teoria degli spazi vitali, per dare veste teorica alla volontà di sopraffazione dell'imperialismo. La storia viene falsificata nei suoi dati essenziali, nell'interesse della classe governante. Le biblioteche e le librerie vengono purificate di tutte le opere non considerate ortodosse. Le tenebre dell'oscurantismo di nuovo minacciano di soffocare lo spirito umano.

La stessa etica sociale della libertà e dell'uguaglianza è scalzata. Gli uomini non sono più considerati cittadini liberi, che si valgono dello stato per meglio raggiungere i loro fini collettivi. Sono servitori dello stato che stabilisce quali debbono essere i loro fini, e come volontà dello stato viene senz'altro assunta la volontà di coloro che detengono il potere. Gli uomini non sono più soggetti di diritto, ma gerarchicamente disposti, sono tenuti ad ubbidire senza discutere alle gerarchie superiori che culminano in un capo debitamente divinizzato. Il regime delle caste rinasce prepotente dalle sue stesse ceneri.

Questa reazionaria civiltà totalitaria, dopo aver trionfato in una serie di paesi, ha infine trovato nella Germania nazista la potenza che si è ritenuta capace di trarne le ultime conseguenze. Dopo una meticolosa preparazione, approfittando con audacia e senza scrupoli delle rivalità, degli egoismi, della stupidità altrui, trascinando al suo seguito altri stati vassalli europei - primo fra i quali l'Italia - alleandosi col Giappone che persegue fini identici in Asia essa si è lanciata nell'opera di sopraffazione.

La sua vittoria significherebbe il definitivo consolidamento del totalitarismo nel mondo. Tutte le sue caratteristiche sarebbero esasperate al massimo, e le forze progressive sarebbero condannate per lungo tempo ad una semplice opposizione negativa. La tradizionale arroganza e intransigenza dei ceti militari tedeschi può già darci un'idea di quel che sarebbe il carattere del loro dominio dopo una guerra vittoriosa. I tedeschi vittoriosi potrebbero anche permettersi una lustra di generosità verso gli altri popoli europei, rispettare formalmente i loro territori e le loro istituzioni politiche, per governare così soddisfacendo lo stupido sentimento patriottico che guarda ai colori dei pali di confine ed alla nazionalità degli uomini politici che si presentano alla ribalta, invece che al rapporto delle forze ed al contenuto effettivo degli organismi dello stato. Comunque camuffata, la realtà sarebbe sempre la stessa: una rinnovata divisione dell'umanità in Spartiati ed Iloti.

Anche una soluzione di compromesso tra le parti ora in lotta significherebbe un ulteriore passo innanzi del totalitarismo, poiché tutti i paesi che fossero sfuggiti alla stretta della Germania sarebbero costretti ad accettare le sue stesse forme di organizzazione politica, per prepararsi adeguatamente alla ripresa della guerra.

Ma la Germania hitleriana, se ha potuto abbattere ad uno ad uno gli stati minori, con la sua azione ha costretto forze sempre più potenti a scendere in lizza. La coraggiosa combattività della Gran Bretagna, anche nel momento più critico in cui era rimasta sola a tener testa al nemico, ha fatto si che i Tedeschi siano andati a cozzare contro la strenua resistenza dell'esercito sovietico, ed ha dato tempo all'America di avviare la mobilitazione delle sue sterminate forze produttive. E questa lotta contro l'imperialismo tedesco si è strettamente connessa con quella che il popolo cinese va conducendo contro l'imperialismo giapponese.

Immense masse di uomini e di ricchezze sono già schierate contro le potenze totalitarie. Le forze di queste potenze hanno raggiunto il loro culmine e non possono oramai che consumarsi progressivamente. Quelle avverse hanno invece già superato il momento della massima depressione e sono in ascesa. La guerra delle Nazioni Unite risveglia ogni giorno di più la volontà di liberazione anche nei paesi che avevano soggiaciuto alla violenza ed erano come smarriti per il colpo ricevuto, E persino risveglia tale volontà nei popoli delle potenze dell'Asse, i quali si accorgono di essere trascinati in una situazione disperata solo per soddisfare la brama di dominio dei loro padroni.

Il lento processo, grazie al quale enormi masse di uomini si lasciavano modellare passivamente dal nuovo regime, vi si adeguavano e contribuivano così a consolidarlo, è arrestato; si è invece iniziato il processo contrario. In questa immensa ondata, che lentamente si solleva, si ritrovano tutte le forze progressiste; e, le parti più illuminate delle classi lavoratrici che si erano lasciate distogliere, dal terrore e dalle lusinghe, nella loro aspirazione ad una superiore forma di vita; gli elementi più consapevoli dei ceti intellettuali, offesi dalla degradazione cui è sottoposta l'intelligenza; imprenditori, che sentendosi capaci di nuove iniziative, vorrebbero liberarsi dalle bardature burocratiche, e dalle autarchie nazionali, che impacciano ogni loro movimento; tutti coloro, infine, che, per un senso innato di dignità, non sanno piegar la spina dorsale nella umiliazione della servitù.

A tutte queste forze è oggi affidata la salvezza della nostra civiltà.

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Riedizione.
Oggi, 8 maggio 2004, 15:06.
(Continua => 2ª parte)

=>"Manifesto di Ventotene", 1ª parte

=>"Manifesto di Ventotene", 2ª parte

=>"Manifesto di Ventotene", 3ª parte

=>"Manifesto di Ventotene", 4ª parte
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#2 L   Robinson 

  • Bitterfruit
  • Gruppo: Coordinatori
  • Post: 17.670
  • Iscritto: 15 dicembre 2001

Postato 29 agosto 2002 - 22:53

Una lucidita' ineguagliabile e una chiarezza cristallina dei concetti e delle idee.

Uno scritto senza tempo scritto da due fra le migliori menti di ogni tempo.

In questo scritto troverete riassunti tutte le idee liberali di sinistra, che ieri come oggi dovrebbero essere il nucleo su cui dovrebbe fondarsi la politica della sinistra italiana ed europea.

Critiche e pragmatismo sono fuse insieme, aspirazioni reali e non realistiche enunciate e, se Erasmus vuole si potrebbe fare l'anatomia patologica di questa prima parte per evidenziare cio' che in Europa ancora non si e' compiuto di queste idee che rimangono un unicum nel panorama europeo ancor oggi...

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Alfo

L'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.

Pier Paolo Pasolini, 1972

Immagine postata

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(notte fonda tra il 5 e il 6 settembre) 2002
Caro Alfo,
una settimana è passata.
Ho aspettato a vedere che succedeva...
E non è successo niente!
Nemmeno Anti s'è fatto vivo.

Pensi che convenga continuare o ... "gettare la spugna"?

Domani ci penso...
Ciao.

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Erasmus
«NO a nuovi trattati intergovernativi!»
«SI' alla "Costituzione Europea", federale, democratica, trasparente!»

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#3 L   Erasmus 

  • Forum *Unione Europea*
  • Gruppo: Erasmus
  • Post: 3.986
  • Iscritto: 18 dicembre 2001

Postato 07 settembre 2002 - 08:38

Ricevo e ri-trasmetto

LA CAMPAGNA PER LA COSTITUZIONE FEDERALE EUROPEA A VENTOTENE
Venerdì, 6 settembre 2002 15:47

Il 4 settembre a Ventotene, in concomitanza col 21° seminario federalista "Il federalismo dall'Europa al mondo", ha avuto luogo il Referendum per la Costituzione federale europea, rivolto agli abitanti, ai turisti e ai partecipanti al seminario.

Nell'isola sono state affisse le locandine che annunciavano l'evento ed è stato distribuito un volantino che illustrava l'iniziativa. Il Sindaco ha fatto predisporre tre cabine elettorali. La popolazione e quanti si trovavano sull'isola hanno risposto all'iniziativa dei federalisti.

Le autorità locali e regionali, nelle persone del Sindaco di Ventotene, Vito Biondo e del Presidente del Consiglio regionale del Lazio Claudio Fazzone, hanno votato per primi insieme ad altre numerose personalità

In poche ore 416 cittadini europei hanno aderito all'Appello dei federalisti alla Convenzione europea per una Costituzione federale europea.
392 hanno votato SI , il 94%,
17 hanno votato NO,
7 le schede nulle.

Il Sindaco di Ventotene ha voluto inviare personalmente a Valéry Giscard d'Estaing, Presidente della Convenzione europea, le schede sottoscritte insieme ad una sua personale lettera nella quale, ha ricordato che nell'isola, nel 1941, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, hanno redatto il Manifesto per un'Europa libera e unita, con il quale è cominciata la battaglia per la Federazione europea.

Nella lettera egli auspica che iniziative, come quella del Referendum, volte a consentire ai cittadini di far giungere la propria voce alla Convenzione, si moltiplichino come è già avvenuto in altre città europee. Si rivolge quindi a Giscard, per chiedere che l'Appello per una Costituzione federale europea, che i cittadini hanno rivolto alla Convenzione, con lo strumento democratico del Referendum, venga ascoltato e trovi una risposta puntuale.


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Erasmus
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#4 L   Robinson 

  • Bitterfruit
  • Gruppo: Coordinatori
  • Post: 17.670
  • Iscritto: 15 dicembre 2001

Postato 07 settembre 2002 - 22:58

Io vorrei che continuassi, Erasmus e poi mi piacerebbe raccogliere questo tuo thread in Messaggi nella bottiglia...

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Alfo

L'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.

Pier Paolo Pasolini, 1972

Immagine postata

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(Mezzanotte dell'8 settembre 2002)
Grazie, Alfo. O.K.!

Vorrà dire che, alla peggio, dialogheremo tu ed io al cospetto di chi vorrà leggere.

Sono in grave ritardo.
Ma mi riprometto di aggiungere anch'io un commento alla 1ª parte, di dar seguito al tuo nella seconda, di continuare poi con la 3ª e 4ª parte.

Ciao.
A rileggerci.


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Erasmus
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#5 L   Erasmus 

  • Forum *Unione Europea*
  • Gruppo: Erasmus
  • Post: 3.986
  • Iscritto: 18 dicembre 2001

Postato 09 settembre 2002 - 22:30

Alla odierna lettura il “Manifesto” può apparire retorico.
Nel leggere il documento occorre però tener presente la drammaticità della situazione europea di quel momento storico, che i destinatari del messaggio erano gli uomini della Resistenza e che esso doveva trovare il compiacimento degli Alleati (cui non sarebbe sfuggito di rilevarne la presenza).

Questa prima parte, ad una prima lettura, può apparire anche superata dalla Storia: il totalitarismo dello Stato –almeno qui in Europa, e dopo 13 anni dalla “caduta del muro di Berlino"– ci sembra veramente acqua passata.

Ad una seconda lettura, più attenta al pensiero che ispira quelle parole sintetiche e perentorie, si scopre che, mutatis mutandis, il documento permane attuale, anche nella prrima parte.

Al di là della situazione contingente, resta la sostanza: il dinamismo della dialettica politica che, nel corso della storia, modella la “statualità” presentando sempre aspetti positivi e simultaneamente il pericolo di degenerazione. Ad una sana spinta rinnovatrice per l’affermazione d’un ambito consono allo sviluppo armonico della umana società si accompagna sempre l’abuso, la tentazione di sopraffazione (magari edulcorata e strisciante) da parte dei più scaltri e meglio dotati di mezzi di competizione, il pericolo di diminuzione delle libertà e di sfruttamento dei più da parte di una “casta” che occupa il potere.

Questa prima parte è volutamente schematica. Vengono enunciate le tre conquiste “positive” conseguite dallo Stato moderno (che è – o si proponeva di essere– lo “Stato di diritto”), quello che ha preteso di coincidere con la “nazione” dei suoi cittadini.
1. « ... l'eguale diritto a tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti».
2. «... l'uguale diritto per i cittadini alla formazione della volontà dello stato».
3.«...il valore permanente dello spirito critico contro il dogmatismo autoritario».

All’enunciato di ciascuno dei tre “valori” segue dapprima la sua esplicitazione e subito dopo –non per contrapposizioni ma con continuità– il rilievo del trapasso sino alla degenerazione, quasi all’esatto suo contrario. Non è indicato il momento storico della degenetazione dei valori; perché questo momento non c’è, perché è lo stato nazionale stesso che sin dall’origine, pur essendo una reale conquista, ha in sé le cause profonde della stessa sua crisi che– in particolari situazioni storiche– lo fa pervenire al totalitarismo con la negazione completa dei valori sui quali lo stato moderno si era fondato.
Ma qual è, in ultima analisi, la causa della crisi dello Stato nazionale insita “in nuce” nella stessa essenza di questo modello?
La causa ultima (come verrà detto esplicitamente nella parte successiva) sta proprio nella pretesa dello stato di essere completo, e perciò sufficiente, nei riguardi dei fini da raggiungere: l’ottimizzazione dello sviluppo armonico della società che lo compone e la garanzia dell’acquisizione definitiva dei diritti e delle libertà fondamentali.

Il diritto della nazione di organizzarsi in uno Stato con peculiarità consone alla nazione stessa è posto per primo non solo per ordine logico, ma proprio perché premessa alla crisi dello stato moderno. Sono proprio la pretesa di sufficienza e la stessa prima sua finalità (il bene dei cittadini) che cozzano contro la realtà: la compresenza competitiva di più stati. Le finalità di uno (il bene dei suoi cittadini) si scontrano con le finalità dell’altro. I cittadini altrui (i forestieri) sono potenziali nemici. Da qui al tentare l’avventura imperialista il passo è breve. E intanto si fa strada una specie di idolatria dello stato, fondata su un “egoismo” nazionale, sulla quale trova facile speculazione la demagogia populista.

Ma l’egoismo non è solo nazionale: è anche di ceto sociale e infine individuale. Pian piano qualcuno occupa più stabilmente il potere di qualcun altro. Pian piano, viene barattato per bene generale qualcosa che è in realtà privilegio, in vantaggio di ceti dominanti. La degenerazione può proseguire sino all’affermazione di una "casta" numericamente esigua (si pensi, ad esempio, alle caste militari in America latina e in Giappone; oppure a quel 7% rigorosamente controllato degli iscritti al PCUS!) e anche all’affermazione d’un solo individuo su tutti (Mussolini, Hitler, Franco, Stalin, ... Pinochet, Komeini, ...).
Che siano i rapporti internazionali (ossia l’insufficienza dello Stato a conseguire il bene dei cittadini) ad innescare il processo di degenerazione della democrazia non è una scoperta di Rossi e Spinelli. Già Alexander Hamilton rilevava che il bisogno di sicurezza prevale su quello di libertà; per cui quando la prima è (o appare) minacciata la società è incline alla rinuncia della seconda.

Ed è breve anche il passo da parte di qualcuno di profittare di situazioni in cui la sicurezza sia (o appaia) minacciata (anzi: di fomentare tali situazioni) per attentare alle libertà altrui in proprio vantaggio; o quanto meno per imporre i privilegi di sé e della sua "casta" ergendosi a protettore e garante della sicurezza e della stabilità.

Supponiamo pure che i tempi di Hitler e di Stalin siano passati per sempre. Ma che è in ultima analisi un gaullismo? Che è questo attuale governo italiano? In essi io ravviso ancora il segno della degenerazione dello stato tramite l’affermazione di una “casta” di privilegiati: la casta militarista e nazionalosta nella Francia di De Gaule; ahimè una “casta” ben più squallida ed opportunista nell’Italia di Berlusconi.

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Saluti a tutti.
Alla prossima!

–––––––––––
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#6 L   hussita 

  • Extraparlamentare Extrafiga. Fata ingroppina.
  • Gruppo: Membri Sf
  • Post: 25.155
  • Iscritto: 19 dicembre 2001

Postato 08 maggio 2004 - 16:41

meditate, gente, meditate

:(
Hussa si capisce benissimo. (soundwave)

Porca del gregge di Epicuro

BULICCIO ONORARIO


CONCERNED ARTIST
http://personaldna.com

Ithilien, the garden of Gondor, now desolate kept still a dishevelled dryad loveliness

se sei hussita, satis est !


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#7 L   schmit 

  • Gruppo: Membri Sf
  • Post: 1.205
  • Iscritto: 25 gennaio 2004

Postato 06 novembre 2004 - 10:03

Una unione europea di stati federali sarebbe auspicabile e fra questi stati europei mi piacerebbe vedervi inclusa Israele.

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Benvenuta, shmit
nel forum "Unione europea"!

Il coordinatore Erasmus
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#8 L   Erasmus 

  • Forum *Unione Europea*
  • Gruppo: Erasmus
  • Post: 3.986
  • Iscritto: 18 dicembre 2001

Postato 06 novembre 2004 - 17:52

Ciao, Letizia (vecchia conoscenza ... aliena, id est fatta altrove).

Circa l'ingresso di Israele in UE ... bisognerebbe chiedere ad Israele!
Il quale risponderebbe unanime: «NO, grazie!».

Vedi: la candidatura di Israele all'ingresso in UE è impossibile (per ora), come impossibile quella ad entrare in qualsiasi altra ipotetica Unione di Stati.
Così sarà fintantoché prevarranno in Israele le conseguenze dell'ideologia Sionista, della quale Israele-stato è frutto. Nella concezione sionista, lo stato di Israele è lo stato della "terra promessa" alla nazione ebraica: è quindi la riconquista della sovranità della nazione ebraica. Gli israeliani pensano dunque: «Chi ci è amico ci aiuti a mantenere Israele sovrano ed indipendente!». In questa logica, l'adesione ad una federazione (con altri stati, cioè con altre nazioni non ebraiche) non ci sta proprio!
E' una logica ... di tipo nazionalista, frutto del suo tempo (fine 800, primo 900).
Allora ... tutti (o quasi) ragionavano analogamente:«Una Nazione, uno stato. Uno stato, una Nazione!» E dove lo stato non rappresentava una nazione (nel senso etimologico, quello biblico cui si ispira il sionismo, quello romantico cui si ispirò l'irredentismo europeo), .. via alla propaganda, con tamburi e grancassa, per mostrare che invece no, la nazione c'è, lo stato è una sola nazione". Tant'è che alla fine, la pretesa coincidenza tra stato e nazione è vincente: lo stato si autoproclama "stato nazionale" ... e nessuno obietta più! Ecco allora il mito della nazione tedesca (inventata da Bismarck, confutata –invano– sul piano storico dal federalista Frantz), quello della nazione francese (confutata da Proudhon), quello della nazione italiana (data come inesistente sempre da Proudhon, ...e priva di necessità di confutazione –tanto palese ne è l'inesistenza– per gli storici e i pensatori contemporanei all'avvento dell Regno d'Italia).
Ecco persino il mito della "grande nazione americana", strombazzato da Rousvelt (anche a scopo ... strategico dopo Pearl Arbour) e risultato alla fine vincente! Alla fine dell'800, i cittadini USA erano meno di 40 milioni. In qualche decennio han superato i 100 milioni: in maggioranza immigrati da ogni parte (specie dall'Europa povera, ma anche dall'America latina, dal Giappone, dalla Cina, dall'India...). Dove sta dunnque la "grande nazione col significato che si pretende di dare alla voce?

Questo mito della nazione-stato (e quindi del diritto d'un popolo-nazione ad avere il suo stato) è ridicolizzato da Karl Popper: ma è duro a morire! Pensa: ancor oggi si dice "nazionalità" per intendere "cittadinanza di uno stato"! E la proposta della "cittadinanza di residenza" è considerata fuori luogo dalla stragrande maggioranza (e ovviamente combattuta ad oltranza dai "nazionalisti").
In realtà, la "nazionalità" non è che una mistificazione storica voluta ed ottenuta dallo stato per garantirsi l'unicità della rappresentanza dei suoi cittadini (e quindi il dovere dei cittadini-nazione di difendere la Patria, e quindi l'idendificazione dei cittadini sudditi con altrettanti cittadini-soldato, e quindi ... il trionfo del militarismo dei guerrafondai! E possiamo allora stupirfci della apocalitticità delle due guerre mondiali?).

L'aspetto ultra-nazionalista del sionismo era dunque in linea, al suo avvento, con quello altrettanto ultra-nazionalista degli stati europei. Ma mentre altrove il mito è duro si a morire ma ormai serve poco persino allo stato (che ora propende per un esercito di professionisti volontari piuttosto che di manovali inesperti ma forzati –dalla leva obbligatoria), in Israele, per motivi storici che, dopo 60 anni dalla Shoah e oltre mezzo secolo dalla nascita di Israele come stato, sono tuttavia ancora attualissimi, la politica non può, nemmeno se lo volesse, prescindere da quel mito! Il mito è là ridotto entro il mito globale di Israele. Non ci si ricorda nemmeno dell'influsso storico-culturale del nazionalismo romantico sull'affermarsi del sionismo! Ormai, il mito "nazione ebraica = Stato di Israele" è un tutt'uno con la cultura israeliana, e persino con la prassi di politica spicciola.
«La lingua mi si attacchi al palato, se mi dimentico di te, Gerusalemme!». E "Sion" era l'acropoli di Gerusalemme: suo centro, suo cuore, unico esclusivo riferimento per Israele-popolo: quel popolo che ha resistito agli Antiochi come popolo-di-Dio, quello che ha resistito allo sterminio di Tito, alla bi-millenaria diaspora, alla sua cancellazione operata sistematicamente dall'Europa cristiana, al genocidio nazista, al tentativo di annientamento degli stati arabi moderni...

Letizia: la storia di Israele in UE lasciala a personaggi alla Sofri e ai radicali eternamente a caccia di iniziative sensazionali... Non confondiamo la sensazionalità con la politica (arte del possibile, benché difficile: mica arte dell'impossibile).

Ciao, Letizia.

Ciao a tutti.

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«SI' alla "Costituzione Europea" federale, democratica e trasparente!»

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#9 L   Erasmus 

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Postato 23 maggio 2006 - 11:21

Su! [Per mettere in ordine le 4 parti del "Manufesto"]

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