Postato 22 febbraio 2012 - 23:04
Negli anni dell'imperialismo più sfrenato, erano i petroldollari la fonte di finanziamento primaria degli USA, poi quelli sono venuti via via a mancare per le guerre del petrolio, per una propensione all'investimento nei paesi produttori di greggio, per la stessa nascita dell'Euro. Così gli Stati Uniti sono passati, già alla fine del periodo Regan, al credito facile che si è ingegnerizzato con le cartolarizzazioni e la vendita del debito, in prodotti sempre più complessi, sino alla bolla speculativa degli ultimi anni.
Ma se quello è il problema americano che poi infetta il resto del mondo finanziario, ad iniziare dall'Europa, vi sono altri problemi, connessi con la nostra crisi. Quella che viene vista come la "Globalizzazione" è la conquista dei mercati mondiali da parte di grandi stati che in pochi anni irrompono sulla scena del commercio internazionale, anche se erano decenni che lavoravano per raggiungere e superare la soglia critica (la Cina, l'India, il Brasile, le Tigri Asiatiche). In Italia ad un certo punto ci siamo fermati verso la fine degli anni settanta, avendo fallito molte politiche di sviluppo industriale nel settore della chimica, ad esempio, e poi via via che raggiungevano l'obsolescenza abbiamo perso tutte le industrie legate all'acciaio. Era anche giusto lasciare quelle vecchie tecnologie per produzioni di nuova generazione.
Il fatto è che dopo la morte dell'industria tradizionale italiana, non è rinato più niente, se non imprese di servizi che senza lavoro vero da esportare, diventano soltanto acceleratori dei consumi.E quei milioni di piccole imprese, nate spesso da ex operai che producevano per le grandi industrie, ora sono rimaste senza lavoro e sono troppo piccole per investire nelle nuove tecnologie. E così, con una popolazione altamente scolarizzata, ci troviamo senza imprese e senza lavoro. Seppure questo fosse il paese con le migliori infrastrutture materiali, per rifarmi a ciò che dice Adam, senza un motore di sviluppo interno, non potrebbe decollare a comando, ma dovrebbe aspettare la provvidenza ed il mercato.
E se io, Stato, possedessi mezzi finanziari, mi porrei il problema se investirli in lavoro che produce altro capitale, oppure se investirli in lavoro - le infrastrutture - che è solo la premessa perché uno accetti di venire ad investire nel nostro paese per il suo tornaconto e senza una vera prospettiva di radicamento di quella impresa sul nostro territorio. L'Alcatel in Lombardia sta chiudendo. Certi sviluppi e certe lavorazioni andrà a farle da qualche altra parte, e a noi non compete alcun diritto di impedirlo. Si può essere in balia del destino o conviene determinare il proprio futuro? Se un privato può determinare se stesso come vuole, nel rispetto delle leggi, perché non deve farlo lo stato quando il privato non lo vuole fare. La nazione serve proprio a superare la debolezza del privato, e allora a mio avviso deve farlo sino in fondo, quando sia necessario.
In questo momento ci sono più infrastrutture di quante ne servano ad una industria morente, l'investimento deve andare tutto all'industria per rivitalizzarla, ma non basta solo ridurre i costi di processi giunti ormai al loro asintoto, occorre partire con processi nuovi in quei campi in cui siamo importatori di beni e servizi, oltre la nostra capacità di mantenere attiva la nostra bilancia dei pagamenti. E se i privati non ce la fanno, allora deve intervenire lo stato, nelle forme e nei modi che non abbatta la libera concorrenza, ma che serva al rilancio di questa economia senza speranze.
Ma deve essere uno stato diverso da quello che lavora con Anemone, deve formare dei manager capaci e responsabili, che siano in grado di promuovere il nuovo miracolo italiano, e non quegli oscuri figuri che nei consigli di amministrazione delle società statali servono solo ad interessi di parte per coprire la propria irresponsabile inefficienza, come ci danno conto le cronache dalla P4 a Napoli o l'inchiesta Daddario a Bari.
Per riassumere: sceglierei investimenti produttivi piuttosto che quelli nelle infrastrutture, almeno in un primo momento, vista la crisi che attraversiamo. Ma ho il grande dubbio che questo paese non abbia più uomini come Enrico Mattei e allora rischio di cadere nella depressione.